venerdì 10 gennaio 2014

Pole Pole 1

Andrea     Moiraghi




Pole  Pole

Dentisti  volontari  in  Africa


Presentazione di Ernesto Olivero
Fondatore del Sermig






                                I N D I C E







Presentazione

Introduzione   

La nostra storia

Cap 1      Nairobi luglio 1993      

Cap 2      Nkubu agosto 1993

Cap 3      Pole Pole

Cap  4     Dal monte Kenya al Lago Vittoria

Cap  5     Kahawa, caffè amaro

Cap  6     “Dott Grandi, I suppose”

Cap  7     Isiolo e le cliniche mobili

Cap  8     Wamba, tra i Samburu

Cap  9     Bilacha Di Merti 

Cap 10    Embul Bul

Cap 11    La mia casa è lo “slum”

Conclusione:   Attraverso lo schermo

Ringraziamenti




A chi non ha cibo,
a chi non ha voce,
a chi non ha diritti,
a chi non ha futuro,
a chi in questo mondo non conta niente.



PRESENTAZIONE



“ . . . ho visto un bambino di pochi anni mettersi in bocca cartone marcio e puzzolente per calmare i morsi della fame . . . E’ davanti a troppo frequenti scene come questa, che mi sono chiesto fino a quando potrò dormire sonni tranquilli, con la testa sul cuscino del nostro benessere e delle nostre comodità, mentre un’ enorme fetta del mondo annaspa nell’ ignoranza e nella fame . . .”
 In queste poche parole c’è il succo di un’ intensa esperienza umana che ha segnato la vita, non solo professionale, di Andrea. L’ Africa, un pezzo d’ Africa, emerge da queste pagine attraverso un racconto vivo, non scontato, che ti avvince, pagina dopo pagina. E’ l’ Africa vista con gli occhi del volontario che deve mettersi in gioco per afferrare i drammi di un mondo spesso dimenticato. E’ l’ Africa della miseria, dei missionari, della natura a volte incantevole. E’ l’ Africa della gente, quella vera, che fa i conti con una vita di stenti, ma con una dignità a noi sconosciuta. E’ l’ Africa dell’ Aids, dei bambini di strada, come Sami che dice “my house is the slum”.
Non si può restare indifferenti. Non si può non commuoverci. In fondo è questo che si legge fra le righe del racconto. E’ la commozione che ti fa prendere coscienza delle ingiustizie, che muove la solidarietà. La risposta è fare qualcosa. Andrea, Dino, Giacomo e altri odontoiatri volontari hanno dato vita all’ APA, amici per l’ Africa, un’ associazione che presta cure dentarie in alcuni ambulatori odontoiatrici del Kenya. Una piccola goccia, se volete, in un mare di bisogni, ma se mancasse anche quella?
                                                                                 
                                                                                              Ernesto  Olivero
                                                                                             Fondatore del Sermig                                 


                        INTRODUZIONE

 Nkubu, Isiolo, Sagana, Kahawa, Embul Bul, sono i nomi di abitati di evidente richiamo africano, non facilmente pronunciabili in lingua italiana. Villaggi della savana del Kenya, a ridosso dell' equatore o sobborghi periferici di una megalopoli anonima, qual è Nairobi, la capitale del Kenya. Luoghi sperduti, poverissimi, sconosciuti ai più, ma anche affascinanti. E' là che lavoriamo.Laggiù, nel piccolo villaggio equatoriale di Nkubu, noi medici odontoiatri, padri di famiglia professionalmente ed economicamente appagati, iniziammo la nostra "avventura africana", come amiamo chiamarla. Era il 1992 e accettammo l'invito a collaborare per un' associazione umanitaria, mossi da un vago senso filantropico o forse semplicemente alla ricerca di una vacanza alternativa, in veste di “turisti umanitari”.Tra grandi soddisfazioni e qualche delusione, il nostro lavoro laggiù si è ampliato e definito con connotazioni precise. Così abbiamo deciso di fondare l' APA., termine che in swahili, lingua africana, significa "giuramento" e nel contempo è l'acronimo di Amici Per l' Africa. Un giuramento per un impegno di un amicizia che ha l’ ambizione di consolidare dieci anni di connubio tra professione e volontariato nel difficile mondo della povertà africana.Si, la povertà. Parola scomoda, complessa nelle sue implicanze, che non definisce soltanto uno stato di indigenza materiale, ma una più tragica e ingravescente realtà che caratterizza una gran parte della popolazione del nostro pianeta, in espansione anche nei paesi ricchi, ma nel sud del mondo rappresenta un problema per la sopravvivenza. Un fenomeno che può offrire il fianco a demagogia e paternalismo, oggi conteso nella diatriba global e no-global, ma che non andrebbe dimenticato, specialmente da chi vive in tempi e ambienti di benessere diffuso. Ora, a distanza di un decennio, cosa mi spinge a scrivere un libro?Non ho velleità letterarie e nemmeno nutro ambizioni personali e già so che non mancheranno sospetti di un mio puerile protagonismo o peggio di un tornaconto economico. No. Ho voluto scrivere questo libro per quanti ignorano o vogliono ignorare, indotti dai media, la miseria africana che si consuma nella quasi totale indifferenza. Perché chi ha avuto la “fortuna” di vedere questa miseria massiccia fatta di fame, di malattie, di penuria di mezzi, di analfabetismo, di sfruttamento, di abbandono, non può tacere. L' esecranda tragedia delle torri gemelle di New York, ha riempito per mesi le pagine dei giornali e i programmi televisivi, ma nessuno parla mai dei novemila bambini che ogni giorno muoiono in Africa per malattie da denutrizione (fonti UNICEF). Forse esistono morti di serie A e morti di serie B? Forse bisogna produrre immagini shock, affinché i media parlino della piaga della fame in Africa?Perché interessarsi dei poveri dell' Africa, ci viene spesso chiesto quando sono tanti i poveri qui in Italia, alcuni dei quali provenienti proprio dal continente nero? E' vero, lo sappiamo e per quanto possiamo siamo impegnati anche su questo fronte. Però da noi fortunatamente non si muore di fame e chiunque può accedere a un ospedale per farsi curare o può frequentare una scuola elementare per imparare a leggere e scrivere, a meno che non si viva nella clandestinità.Proprio perché conosciamo la realtà italiana, dobbiamo amaramente constatare, che la povertà che abbiamo visto e vediamo in Etiopia, in Kenya, in Tanzania, non è neppur lontanamente paragonabile a quanto vediamo da noi. E' la povertà di piccoli che non vedranno mai la luce, perché muoiono già durante il parto (evenienza ormai rarissima nei paesi civilizzati); di bambini che stentano a crescere per mancanza di cibo e a volte non raggiungono neppure la maggior età, perché stroncati da malattie da noi curabilissime (malaria, morbillo, tubercolosi, enteriti…), ma non in Africa, dove mancano farmaci e ospedali; di giovani che non andranno mai a scuola perché le scuole non esistono o sono troppo lontane e costose; di uomini , donne e bambini che devono soffrire di mal di denti, perché nessuno è in grado di curarlo o di insegnar loro come prevenirlo. Senza contare fenomeni fortunatamente più circoscritti, come la tragedia dei bambini soldato della Sierra Leone e del Sudan, dei bambini congolesi che lavorano nelle miniere di diamanti o delle bambine prostitute delle grandi città africane. Anche loro sono fra le nostre piccole pazienti nell' ambulatorio dentistico di Kahawa, alla periferia di Nairobi.Negli anni mi sono reso conto che esistono almeno due modi di vedere l’ Africa: uno tristemente realistico e l’ altro mediato dai sistemi informativi di massa, che quasi sempre, per ragioni economico-politiche, dipingono un continente con toni erroneamente ottimistici, un po’ per scelta mirata e un po’ per notizie manipolate che arrivano da stati dove la libertà di stampa è spesso soffocata.Cosa riusciamo a fare noi, con i nostri mezzi e le nostre capacità davanti a queste tragedie? Purtroppo poco: alleviare un mal di denti, insegnare a curare e prevenire le malattie dentali, fornire strutture sanitarie e aiuti economici. Ma forse la cosa più bella e significativa è dimostrare che siamo interessati ai loro problemi, che non li abbiamo abbandonati, ma siamo vicini alle loro sventure e non tacciamo sulle loro sciagure, perché come diceva Martin Luther King: "Non mi fa paura la cattiveria dei malvagi, ma il silenzio degli onesti".Forse qualcuno potrebbe pensare che questa sia retorica gratuita o verbosità di facciata di un qualsiasi pennivendolo, oppure si potrebbe infastidire per i discorsi sulla povertà e la solidarietà e le sue complesse implicanze. Con umiltà e sincerità di intenti, senza la pretesa di insegnar chissà cosa (non ne avrei l’ autorevolezza), porgerei a lui l’ invito di unirsi all' APA, in Italia o in Africa, in buona volontà. Non servono né tessere, né quattrini, né l'appartenenza a qualche credo religioso, ma voglia di lavorare, di condividere le proprie capacità e un po’ di quei privilegi che abbiamo ricevuto per il solo fatto di essere nati nella porzione benestante del mondo (non per nulla i nostri amici Alex Zanotelli, dei missionari Comboniani di Nairobi ed Ernesto Olivero, del Sermig di Torino, parlano di “restituzione”). Potrà toccare con mano quanta sofferenza da miseria c'è nel mondo e vedere le persone che lavorano gratuitamente per alleviarla, senza ostentazione e lontano dai riflettori. Siamo sicuri che riceverà molto di più di quanto riuscirà a dare. E non è la solita frase fatta, perché davanti a certe realtà è inevitabile smettere di pretendere dagli altri, di pretendere dallo Stato, dalla Chiesa, dal mondo…e continuare a rivendicare per sé stessi ciò che a troppa gente è negato, soltanto perché vive nel sud del mondo.Dico questo in quanto credo con passione in ciò che io e i miei amici facciamo e non per sentirmi chissà chi o per arrivare prima a qualche fiera della vanità. Lo ribadisco a chiare lettere, perché troppe volte ho colto questi atteggiamenti in chi, dietro il paravento di un volontariato umanitario, cerca un tornaconto narcisistico o una qualche visibilità. Quanta tristezza in simili comportamenti, studiati proprio alle spalle di chi si dice di aiutare! E quale amarezza lasciano certi sospetti, fortunatamente sporadici, insinuazioni o maldicenze, in chi lavora seriamente, con altruismo e abnegazione a favore di quegli sfortunati.
Ho scritto questo libro in prima persona, ma sarebbe ingiusto e ingeneroso pensare che io sia l' artefice di tutta la storia dell' APA e non riconoscere il contributo dei miei amici nella stesura di questi racconti. Così ho voluto che alcune pagine fossero scritte direttamente da loro e io stesso nella narrazione uso spesso la prima persona plurale, anziché la singolare: non è un vezzo letterario, è la giusta trascrizione dei fatti. Nella lettura sovente troverete i nomi propri delle persone coinvolte nel racconto, a cui ovviamente ho chiesto il consenso; mi pare così di dare maggior colore e veridicità all’ esposizione, dato che nessun personaggio e nessun avvenimento narrato, sono frutto di fantasia o immaginazione. Fermo restando che chiunque ha la facoltà di interpretare le considerazioni e gli avvenimenti qui narrati come più gli aggrada, io continuo a ritenere che il miglior modo per essere credibili, consista nel raccontare la realtà pura dei fatti, così come lo vista e percepita, senza enfasi e inutile retorica.Approfitto di questa introduzione, per ringraziare chi ci aiuta nel nostro lavoro quanto mai appagante. Sono medici, odontoiatri, assistenti dentali, odontotecnici, farmacisti, associazioni di volontariato, ditte del settore dentale e farmaceutico, spedizionieri, gente comune… Impossibile ricordarli tutti; ne tento un parziale elenco alla fine del libro e alcuni di loro li troverete citati su queste pagine. Un sentito ringraziamento voglio rivolgerlo ai Padri missionari e alle Suore missionarie, che con la loro instancabile e fraterna disponibilità hanno reso possibile la nostra avventura.E qui ringrazio l' amico Dino Azzalin, medico dentista di Varese, a cui si deve l' idea dell' APA e con cui ne condivido la sua fondazione, dopo otto anni di volontariato, in Italia e all' equatore. Inizialmente avevo pensato di scrivere questo libro insieme a lui, ma con il tempo entrambi ci siamo resi conto che era tecnicamente impossibile. A lui devo però l'intero decimo capitolo sulla Missione di Embul Bul, che lui conosce sicuramente meglio di me e lo si legge chiaramente nel colore e nel calore delle sue parole.
Il capitolo “Kahawa, caffè amaro” è tutto di Massimo Fugazza, collega e amico di Piacenza, compagno di lavoro laggiù. Chi meglio di lui poteva raccontare della baraccopoli di Kahawa, quel dimenticato suburbio dove ha lavorato più di tutti noi. La mia gratitudine verso Massimo è poca cosa, rispetto all’ appassionato e indispensabile aiuto che mi ha regalato nello scrivere queste pagine. Così pure devo almeno un grazie a mia moglie Chiara, per il suo contributo alla stesura del’ ottavo capitolo sulla missione di Wamba, e all’ amico Pasquale Paone, a cui ho affidato l’ onere di trarre la conclusione di questi scritti.Le prime pagine del libro raccontano la nostra storia decennale in terra africana e precisamente in Kenya, dove da più tempo lavoriamo. Sono poche pagine, che però ritengo indispensabili per ambientare e meglio comprendere i racconti successivi. I capitoli seguenti narrano episodi curiosi o significativi che ci sono capitati laggiù, nel bene e nel male utili alla crescita e all’ evoluzione della nostra associazione, con qualche riflessione e considerazione sul significato del nostro operare. Alcune immagini fotografiche inerenti quanto scritto, intercalano le pagine.Alla fine del libro, il lettore che avrà avuto la bontà di leggerlo, faccia le proprie considerazioni. Spero di avergli fatto conoscere un po' di Africa autentica e della sua gente, come la viviamo noi, lontana dalle forzature di certa letteratura romanticheggiante, quando non pietistica e paternalistica. Non so se ci sono riuscito; certamente mi sono cimentato con gradito impegno. Se invece fossi riuscito ad annoiarlo, allora, come dice il Manzoni in chiusura del suo libro ben più grandioso di questo, "credete che non s'è fatto apposta”.I proventi della vendita del libro saranno devoluti all’ APA, sempre aperta a chi vuol collaborare anche solo con proposte o consigli, perché combattere la miseria africana, come scriverò in queste pagine, non è per nulla facile: certamente non bastano solo i soldi. ed è erroneo attribuirne la colpa solamente al ricco Occidente. Con i miei amici ringrazio fin d'ora chi ci potrà dare una mano, ma ancor più voglio rivolgere il nostro grazie agli Africani o almeno a quei tanti, che con la loro sorprendente serenità e accettazione della sofferenza, in ristrettezze e disagi inimmaginabili ai nostri occhi, ci aiutano a essere meno egoisti e un po' migliori.

                                                                  Andrea Moiraghi




                                                APA, la nostra storia


       A.P.A.. Tre lettere che sono l’ acronimo di Amici Per l’ Africa, ma anche una parola Swahili, la lingua del corno d’ Africa, che significa “giuramento”. Questa felice coincidenza richiama un patto di amicizia tra noi e l’ Africa, che ormai da dieci anni si traduce in un impegno nel portare la nostra presenza e professionalità a beneficio di popolazioni che hanno necessità di cure dentali, al pari di tutto il resto.
L’ APA ante litteram nasce nel 1992 in Kenya, repubblica dell' Africa orientale, a cavallo dell' equatore: una delle regioni più belle del continente nero e forse del mondo. Per molti può richiamare alla memoria natura selvaggia, grandiosi parchi naturali abitati da animali feroci, spiagge mozzafiato, popolazioni quasi ancora “primitive”…e a ragione.
Ma chi ha visitato il Kenya al di fuori delle classiche rotte turistiche e lontano dai lussuosi villaggi di vacanza e ancor più chi lo conosce come noi, accanto a queste meraviglie ha visto una povertà estrema che penalizza milioni di persone e un assetto sociale e politico allo sfacelo. Una situazione generale sempre più critica, per il forte malcontento della popolazione alimentato dai continui episodi di corruzione e da conflitti etnici che si sviluppano qua e là nel paese, da alcuni anni martoriato dall’ Aids. 
All’ oscuro di tutto questo, ma già vagamente impegnati nel volontariato umanitario, venuti a conoscenza della penuria di medici e di dentisti in Kenya ( rispettivamente 1 su 20.000 e 1 su 200.000 abitanti, mentre in Italia circa 1 su 1000, sia per gli uni che per gli altri), questi ultimi concentrati quasi unicamente nelle grandi città, io e altri colleghi, dieci anni fa accettammo l'invito di una associazione di cooperazione odontoiatrica a lavorare nel villaggio equatoriale di Nkubu, nella regione del Meru, presso il Consolata Hospital dei Missionari della Consolata di Torino, a cui era stato donato uno studio dentistico dal Lions Club Torino-Superga. Quando il mio amico Dino Azzalin, odontoiatra di Varese, giunse laggiù per la prima volta, nel luglio 1992, a dire il vero lo studio era ancora tutto imballato e trascorse due giorni a montarlo con l'aiuto del personale dell' ospedale.
Questo ambulatorio è sempre stato il fiore all'occhiello della nostra associazione, perché nell' arco di sei anni è stato gradualmente ceduto alla popolazione locale. Negli anni 1997 e 1998, la nostra collega e amica, la Dottoressa Cinzia Poddi di Terni, ha ospitato nel suo ambulatorio ternano Sister Idah Muthoni, suora infermiera dell' ospedale di Nkubu, per fornirle le nozioni di un' odontoiatria di base, qual’ è quella richiesta al Consolata Hospital. Oggi Sister Idah e un clinical officer del luogo, John Kinuja Kaati, portano avanti il nostro studio dentistico , che è divenuto il loro, supportati dal nostro aiuto materiale e da periodiche visite di medici dell' APA.
Va detto che il clinical officer in Africa è una figura sanitaria corrispondente a un infermiere professionale italiano e per l’ attuale legislazione kenyota può esercitare l' odontoiatria, purchè non attui interventi di chirurgia orale.
Due anni fa all' ambulatorio di Nkubu abbiamo affiancato un secondo studio dentistico completo e un laboratorio odontotenico, interamente spediti dall' Italia via cargo; così gli abitanti del luogo, possono oggi contare anche su piccole riabilitazioni protesiche di tipo mobile. La gestione del laboratorio è affidata a odontotecnici volontari dell' APA e in assenza di questi a un tecnico della vicina cittadina di Meru.

Dopo un triennio di deludente lavoro con la cooperazione odontoiatrica (che ebbe se non altro il meritevole pregio di farci conoscere il mondo del volontariato odontoiatrico), un po’ amareggiati lasciavamo questa organizzazione: troppe teorizzazioni a tavolino, obiettivi enfatizzati ma mai raggiunti, facili e ingiuste critiche (in un'associazione umanitaria!) e una gestione troppo verticistica, ci indussero, nostro malgrado, a cambiar rotta e lavorare direttamente con le strutture missionarie locali. Si rafforzò quindi la collaborazione diretta con i missionari del Kenya, che da subito appoggiarono la nostra decisione.
Sono questi uomini e donne normali, non gli eroi di certa letteratura per bambini o per anime “belle e pure”, e ben lontani da quelle immagini datate e ingiuste, ma ancora presenti nell’ immaginario collettivo, che li dipingono come bravi predicatori popolari, attorniati da schiere di anime innocenti e da bambini imbambolati. In realtà, persone non prive di difetti e non immuni da errori (come d’ altra parte tutti quanti), ma pienamente realizzate nella normalità del lavoro quotidiano, con l’ attenzione ai meno fortunati, quale primissima scelta di una vita portata avanti nel silenzio e nell’ abnegazione. E questo a noi piaceva e continua a piacere. Un mondo di uomini e donne tenaci, decisi e rassicuranti, a me ignoto fino ad allora e che non mi aspettavo, ma che invito caldamente a conoscere a chi ne ha la possibilità.
Nel settembre del 1994, con un auto noleggiata a Nairobi e con una buona dose di incoscienza, partendo da Nkubu e attraversando il Kenya per cinqucento avventurosi chilometri, io e Dino raggiungevamo il Lago Vittoria, dove sorge l' ospedale di Tabaka, gestito dai Padri Camilliani di Verona e dove sapevamo esserci un attrezzato ambulatorio dentistico in stato di abbandono. La struttura era stata interamente donata da una nota associazione di dentisti italiani (Amici di Brugg) ed era gradualmente caduta in disuso, per problemi burocratici e per mancanza di professionisti volontari disposti a lavorare laggiù.
E' questa un’ evenienza purtroppo assai frequente nei cosiddetti paesi emergenti. Associazioni umanitarie o singoli volontari, in perfetta buona volontà, costruiscono o regalano strutture di vario tipo (sanitarie, scolastiche. idrauliche, agricole…), ma spesso inadeguate al luogo e ancora più spesso abbandonate, per incapacità della gente del luogo a renderle operative. Come APA abbiamo ricevuto anche noi proposte di finanziamenti e richieste per attivare nuovi ambulatori in Kenya; ma che senso avrebbe farlo, se poi non si hanno i mezzi materiali e le persone in grado di mantenere in funzione queste strutture o meglio cederle in piena efficienza alla popolazione, come è stato per Nkubu? Si corre il rischio di illudere gli utenti e di alimentare frustranti aspettative; per non parlare dell’ enormità di tempo, lavoro e denaro che andrebbero sperperati. Su questo tema ritorneremo ancora nelle pagine seguenti.
Passammo quasi metà di un anno a riorganizzare la struttura di Tabaka, che realizzammo subito essere veramente all' avanguardia in quella zona relativamente florida del Kenya e vi lavorammo per quattro anni, prevalentemente nel periodo estivo. Ma per un' inspiegabile mancanza di interessamento da parte della controparte nella nostra attività volontaria (per la quale anche noi forse abbiamo avuto le nostre responsabilità), unita alla difficoltà di ottenere i dovuti permessi di lavoro, due anni fa decidemmo di chiudere il progetto. Manteniamo tuttavia ottimi rapporti con il nostro amico Padre Giuseppe Proserpio, l’ allora direttore dell' Ospedale, che consigliò lui stesso di indirizzare le nostre forze sugli altri nostri ambulatori, dispiaciuto degli ostacoli messici avanti dalle maestranze locali, sulle quali lui non poteva influire. Probabilmente le stesse difficoltà aveva incontrato, anni prima, l’ associazione italiana che aveva allestito e poi abbandonato l’ ambulatorio dentistico
Intanto, grazie all' amico e collega Romolo Grandi, dentista torinese che già allora aveva alle spalle numerosi anni di lavoro volontario in Kenya, veniamo a sapere che a Isiolo, a una settantina di chilometri da Nkubu, esisteva uno studio dentistico, messo in piedi anni prima dal Dott. Giuseppe Pianizzzola di Ciriè (cittadina del torinese, n.d.r..), anch'esso abbandonato per mancanza di medici volontari. D’ accordo con l’ amico Romolo e con il Vescovo di Isiolo, Monsignor Luigi Locati, decidemmo di riattivarlo.
Fu così che, dopo averlo rinnovato, ci accollammo anche questo centro, sito nella Missione cattolica di Isiolo, cittadina di frontiera, da cui partono le carovane per l' Etiopia e dove convivono in relativa calma pochi cattolici e tanti mussulmani, cioè la maggior parte dei nostri pazienti.
Lo studio di Isiolo fu "inaugurato" dal collega Giacomo Bartoloni di Firenze, che si fermò a lavorare a Isiolo per tutto il mese di gennaio del 1995 e poco dopo il suo rientro in Italia, ricevemmo dal Vescovo di Isiolo, una lettera, che io ancora conservo, con riportate queste esatte parole:
            "La mia profonda gratitudine per il lavoro svolto dal Dott. Giacomo. E' stato veramente meraviglioso per la sua dedizione, la sua professionalità e la sua esemplare umanità. La comunità ha lasciato a me l'incarico di farvi avere il suo grazie sincero. A Giacomo ci siamo affezionati e vorrete comprendermi se azzardo il desiderio di averlo ancora tra noi la prossima estate".
Queste parole furono un grande stimolo a proseguire ed è inutile dire che Giacomo Bartoloni fu nuovamente a Isiolo nell' agosto di quello stesso anno. L' entusiasmo per Isiolo da parte di un nostro collega, il Dott. Federico Ferranti di Prato, fu tale, che si invaghì di quei posti oltre che di sua moglie e decise di sposarsi proprio laggiù, nell' agosto di due anni fa.
Il lavoro a Isiolo è sempre stato intenso, basti pensare che verso il nord del Kenya, non ci sono più dentisti fino a Moyale, sul confine etiope (quasi 500 Km!). Ma come potevamo accontentare tutta quella gente? Così due anni dopo attivammo una dependance dentistica a Merti, un villaggio sulla strada verso la Somalia. Duecento e più chilometri di pessimo sterrato dalla missione Isiolo, cinque ore di viaggio con quaranta gradi all' ombra, fra polvere, acacie e animali esotici. Località sperduta nella savana, stupenda e affascinante, ma terra di razzia degli shifta, banditi somali armati che imperversano in quelle lande sconfinate. Regione talmente pericolosa, che per tre anni non potemmo più raggiungere Merti, per il rischio troppo elevato di attacchi di brigantaggio e villaggio talmente remoto, che nel 1998 rimase isolato per alcune settimane, a causa del Niňo, quell’ alluvione devastante che causò in tutto il mondo migliaia di vittime.
Per servire il maggior numero di persone lontane, impossibilitate a venire a Isiolo per mancanza di strade e mezzi di trasporto, decidemmo di recarci noi nei loro villaggi, le cosiddette manyatte, portando con noi l'occorrente per un' odontoiatria di base, cioè l' estrazione dei denti. Non era molto, ma almeno potevamo toglier loro un fastidioso mal di denti, che spesso li affliggeva da anni e che gli abitanti di questi villaggi, cercano di eliminare rimuovendo il dente dolente con gli strumenti più impensabili, come coltelli, chiodi, falcetti … Nacque così l' idea della “clinica mobile odontoiatrica”: un normale fuoristrada pick up, un' infermiera traduttrice, farmaci e tutto lo strumentario occorrente per un' estrazione dentale. Oggi il nostro operato è così richiesto, che in un giorno si devono estrarre fino venti o trenta elementi dentari a testa.
Per questo lavoro di prima linea ci serviamo di kit di strumenti monouso, dato il rischio elevatissimo di Aids o almeno facilmente sterilizzabili all’ aperto. A turno ruotiamo fra questi villaggi, dove gli abitanti ci aspettano persino di anno in anno, perché sanno che portiamo con noi quell’ antidolorifico per loro magico, che è poi del banale anestetico. Un lavoro faticoso, in situazione di indubbio disagio, ma ricchissimo di soddisfazioni, in mezzo a una natura africana splendida.

Nei vari viaggi di trasferimento da Nairobi a Nkubu, spesso facevamo sosta alla missione cattolica di Sagana, a un centinaio di chilometri dalla capitale; una tra le più grandi missioni del Kenya, non vecchia di istituzione, ma frenetica per attività: parrocchia, scuola di meccanica e grafica, lebbrosario, dispensario, farmacia, villaggio per anziani….per un totale di un ottantina di addetti, fra sacerdoti, suore, maestri, infermieri, inservienti. Fu qui che conoscemmo l’ instancabile direttore Padre Gerardo Martinelli, missionario della Consolata trentino, con sei lustri di Africa alle spalle, il quale più volte ci invitò ad avviare un ambulatorio odontoiatrico presso la sua missione. A suo dire era già bella e pronta una sorta di poltrona dentistica e un clinical offcer del posto, tal James Munene, disposto a imparare ed in futuro lavorare solo, anche in nostra assenza. L' idea non era male ed in fin dei conti era già realizzata per metà, peccato non concretizzarla del tutto.
Temporeggiammo per alcuni anni, consci delle forze limitate di cui disponevamo, ma divenne poi impossibile rispondere no a persona così travolgente qual' è Padre Gerardo, da trent’ anni in Kenya, e così nel maggio del 1998 inviammo dall’ Italia una "nuova" poltrona dentistica e cominciammo la nostra attività a Sagana. James si dimostrò da subito persona davvero volenterosa (qualità in verità non sempre frequente fra gli Africani), capace e soprattutto desiderosa di imparare da noi, seppur con scarsi concetti di sterilità e ancor meno di organizzazione del lavoro. Ad oggi, viste le sue qualità tutto sommato positive, ci stiamo preparando a cedergli la gestione dell' intero ambulatorio, com' è stato per Nkubu. Africanizzare queste strutture, rendendole autonome dalla nostra presenza, continuiamo a ritenere sia la forma più saggia e costruttiva di solidarietà e cooperazione. Insieme ai missionari, pensiamo infatti che l’ africano debba diventare protagonista del proprio sviluppo e non limitarsi ad attenderlo dagli altri e quindi cerchiamo di rifiutare ogni forma di mero assistenzialismo, che creerebbe soltanto persone incapaci e demotivate.

Siamo alla fine del 1998 e un odontotecnico di Torino, Roberto Bassano, divenuto poi nostro collaboratore, decide di regalare una poltrona dentistica e attrezzature odontoiatriche al dispensario di Kahawa, sobborgo poverissimo di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Soweto, dove tempo addietro aveva lavorato anche il noto missionario comboniano Alex Zanotelli, amico di alcuni di noi. Si tratta di un suburbio degradato, lontano mille miglia dal fascino di tante immagini turistiche dell' Africa. Generosamente l’ odontotecnico si fa carico del trasporto dall' Italia di tutta l’ attrezzatura, sfruttando un carico di piastrelle diretto a Nairobi e allestisce l' intera struttura in una stanza del dispensario, con l'aiuto di un tecnico locale. Gli è d’ appoggio “International Help”, una neoassociazione torinese di volontariato impegnata in attività sociali su vari fronti. Tutto funziona alla perfezione, ma mancano i dentisti volontari.
Ci pensa Padre Tommaso Barbero, detto Masino, tenace missionario cuneese, anche lui della Consolata, che ci fa visitare il suo dispensario, l'ampia chiesa, la bidonville di Soweto, con la scuola da lui voluta e la mensa per i bambini di strada. Quasi tutte opere nate dalla sua iniziativa. Come si poteva rispondere no, davanti a tanta miseria e all' abnegazione di quel piemontese caparbio di Padre Masino o Father Thomas, come lo chiamano in Africa? 
Fu così che, nel settembre del 1999, acquistato nuovo strumentario e materiale di consumo, grazie al Dottor Loris Barbisan, partì anche lo studio di Kahawa, dove fortunatamente ora ci da una mano una dentista africana, che vive a Nairobi e un giorno alla settimana si reca a lavorare nell' ambulatorio. Grandioso il lavoro di riorganizzazione, portato avanti lo scorso anno dal Dott. Massimo Fugazza di Piacenza e dall' assistente Zafino Velia di Varese.

Eccoci alla fine del 1999. Erano ormai otto anni che si lavorava in Kenya e fu allora che pensammo fosse utile concentrare le nostre forze in un gruppo di colleghi-amici, vista la poca collaborazione delle associazioni umanitarie a cui ci eravamo appoggiati. Su consiglio di alcuni amici missionari e dopo ponderate riflessioni, fondammo il gruppo dell’APA , un amicizia di odontoiatri e professionisti del dentale, che ha l’ ambizioso proposito di coniugare professione medica e volontariato. Non un' associazione gerarchica ingessata in rigidi schemi, ma un gruppo agile e consolidato di colleghi e amici di vecchia data, ognuno con un proprio ruolo preciso e animati da un gratificante movente: alleviare le sofferenze di quelle popolazioni, per le quali un banale mal di denti è un' ulteriore pena a una vita perennemente in lotta per la sopravvivenza. Non un’ istituzione di volontari per l’elemosina ai poveri, ma per una condivisione di tempo, di mezzi, di capacità, nel rispetto della loro dignità, con umile riguardo alla loro diversità e senza sensi di superiorità nei loro riguardi e nei riguardi di nessuno

Pensavamo di aver chiuso con nuove strutture, ma una suora cappuccina di nome Liliana Cremona, che aveva conosciuto Dino Azzalin a fine anni ottanta, quand' erano entrambi volontari nell' ospedale di Shashemane in Etiopia (uno in veste di odontoiatra l’altra di assistente dentale, le rispettive professioni esercitate in Italia), due anni fa ebbe la bell' idea di richiedere all' APA l'allestimento di uno studio dentistico nella sua missione di Embul Bul, un villaggio a una manciata di chilometri da Nairobi. Questo abitato è sito a mezz' ora di auto da Nairobi, nella zona di Ngong, nota al mondo per il libro “La mia Africa” della scrittrice danese Karen Blixen. La missione serve una popolazione di 40.000 abitanti, gran parte dei quali vive al di sotto di quella che il governo del Kenya definisce "linea di sopravvivenza".
Benché io personalmente fossi contrario all' apertura di nuovi centri, Suor Liliana, divenuta poi religiosa della Congregazione delle Suore Cappuccine di Madre Rubatto, ci trasmise subito il suo entusiasmo, mosso da una costante e infaticabile dedizione alla sua gente e così ci sentimmo moralmente obbligati ad accontentarla. L' anno scorso inviammo un intero ambulatorio dentistico, completamente attrezzato, e fu la spedizione che incontrò più difficoltà logistiche, unitamente al più alto esborso di denaro, complici le pastoie burocratiche (per non dire altro) della dogana di Nairobi, che è eufemismo definire indegne per un paese civile, quale il Kenya vuol essere.
Con l'invio di tre volontari APA, all' inizio di quest' anno 2002, fra cui lo stesso Dino Azzalin, principale artefice di questo ambulatorio, si  aperto a Embul Bul l' ultimo dei cinque centri APA in Africa, che è partito da zero, a differenza degli altri nostri ambulatori che all’ inizio hanno beneficiato di un qualche aiuto della già citata cooperazione odontoiatrica e di altre associazioni di volontariato medico. A tutte vanno i nostri ringraziamenti, nonostante le nostre strade abbiano poi preso diverse direzioni, per vari motivi non sempre edificanti.
Fortunatamente a Embul Bul possiamo contare sull' aiuto di Suor Liliana. Un aiuto appassionato e competente, perchè a Varese, sua città d’ origine, lei esercitava la professione di assistente dentale, prima della conversione religiosa. La vicinanza all' aeroporto di Nairobi e l' accogliente ospitalità di tutta la missione, hanno già consentito l'invio di sette medici, un' igienista dentale e due assistenti. Sono ormai un migliaio le prestazioni eseguite in meno di un anno.

Siamo così giunti ai giorni nostri, alla fine del 2002, ovvero al decimo anno di attività dell' APA in Kenya. Tempo di bilanci: cinque ambulatori dentistici in attività (Nkubu, Isiolo, Sagana, Kahawa. EmbulBul) di cui uno, corredato di ambulatorio odontotecnico, ceduto all’ ospedale locale e un altro in fase di cessione alla missione di Sagana; una settantina di professionisti inviati a lavorare laggiù e decine di persone che ci aiutano in Italia e in Africa. Dodicimila prestazioni odontoiatriche portate a termine dai volontari su circa diecimila pazienti, la maggior parte delle quali registrate, quando le circostanze di lavoro non l’ hanno impedito e almeno un centinaio di manufatti protesici confezionati nel nostro laboratorio odontotecnico di Nkubu.
A volte ci stupiamo anche noi per il lavoro fatto e per i risultati raggiunti, grazie indubbiamente al lavoro di tante persone. Forse Qualcuno dall' alto ci ha dato una mano. In onestà di pensiero, non vogliamo che tutto questo rappresenti occasione di vanto, ricerca di protagonismo o, peggio, senso di superiorità. Può accadere che qualche collega, più o meno inconsciamente e con il nostro disappunto, si lasci trascinare da questi atteggiamenti, ma sappia che non giova né a lui né a noi. Se è pur vero che la realtà nella quale operiamo non sempre ci permette di verificare i risultati a breve e lungo termine, questo non ci impedisce di svolgere con frutto e passione il nostro lavoro, sostenuto dalla fiducia di chi crede nel nostro progetto e dalla benevolenza dei missionari che ospitano le strutture odontoiatriche dell’ APA.
            Ogni tanto pensiamo al lavoro svolto, al tempo sottratto alle nostre famiglie, all’ impiego esteso di denaro, agli insuccessi, errori, a qualche delusione, ma anche alla impagabile soddisfazione per aver migliorato un pochino la vita dei nostri pazienti e alla gratificazione che ci viene dal loro sorriso spontaneo e riconoscente, a onor del vero non di tutti, ma dai quali comunque abbiamo da imparare. E cosi siamo spronati a fare sempre di più.
Perché facciamo tutto questo? 
Ce lo siamo chiesti più di una volta, ma francamente non abbiamo trovato risposta esauriente. Nessuno di noi pretende di essere chissà quale paladino del bene o campione della causa dei poveri, ma sicuramente se lo facciamo è perché ci piace farlo, pensando (e lo pensiamo da più di dieci anni al di là delle mode e dei sentimentalismi passeggeri) che un africano che soffre fame e mal di denti, nella sua terra come a casa nostra, è oggi più che mai qualcosa che deve riguardarci da vicino, per la quale non esistono argomenti che ci possono esentare da un semplice e discreto gesto di solidarietà. Nella sua semplicità questa considerazione mi pare già una risposta valida e sufficiente.
Alcuni sostengono che il nostro operato serve solo a una gratificazione personale; ma questo credo sia umano e noi non ci sentiremmo assolutamente di obiettare, col rischio di sollevare sterili polemiche, anzi ci consola il fatto che un’ “umana debolezza” si rivela in questo caso utile e preziosa.
Siamo perfettamente consci che l’ aiuto che noi possiamo portare all’ Africa, sia poco più di niente e spesso ci interroghiamo su quale significato possa avere il nostro intervento, così limitato sia dal punto di vista territoriale che temporale. Ma questo interrogativo meglio sarebbe rivolgerlo ai diecimila africani che abbiamo curato, compreso quel bambino con la mandibola fratturata a causa di una caduta e che ora può masticare, grazie alla fortuita presenza di uno di noi, quella notte, al pronto soccorso dell’ Ospedale di Nkubu. Oppure rivolgerla alle migliaia di persone che sono state e saranno curate negli studi dentistici donati dall’ APA e che oggi, in mano ai professionisti locali, sono aperti tutti giorni dell’ anno; o ancora, a coloro che in Kenya ci ringraziano per aver dato loro la certezza che il mondo non si è dimenticato di loro. Noi, se non altro, impariamo e vogliamo raccontare quanto piccoli siano in realtà i nostri problemi davanti a chi non abbia cibo per cibarsi, acqua per gli usi quotidiani, farmaci e ospedali per curarsi, scuole per imparare a leggere e scrivere e non possa confidare sull' aiuto di alcuno.
Altre persone ci invitano ad unire le nostre forze ad organismi già esistenti (invero pochi), che operano con le nostre stesse finalità. Ci spiace doverlo ribadire, ma la nostra esperienza in tal senso, ovviamente molto personale, è stata deludente e negativa. Ne abbiamo viste troppe lavorando con chi affronta queste tematiche con un approccio dall’ alto, con risultati che richiederebbero maggior chiarezza e meno parole; così abbiamo preferito lavorare a fianco dei missionari, che operano in Kenya da più di cent’ anni, insieme alla gente e per la gente. D’ altra parte siamo in buona compagnia, se Indro Montanelli, giornalista di ampie vedute e notoriamente ateo, a chi gli chiedeva cosa fare per aiutare l’ Africa rispondeva:
“Chiedetelo ai missionari e fate come vi dicono loro”.

Qui finisce la descrizione della nostra storia, ma sicuramente la storia dell’ APA non è finita qui. Se qualcuno vuol saperne di più , può consultare il sito internet  www.amiciperafrica.it, dove troverà tutti i dettagli sui centri presso cui lavoriamo e le modalità per un eventuale gradita collaborazione. Aiutare l’ Africa nel bisogno non è facile; chi sa o pensa di sapere come meglio muoversi, si faccia avanti senza indugi. Per il momento, per quel che vale, la mia simpatia e riconoscenza verso gli amici dell’ APA presenti e futuri e, insieme a loro, il mio più sincero grazie ai padri missionari e alle suore missionarie che ci hanno permesso di lavorare con loro e ci aiutano nella nostra attività. Credo che questa mia gratitudine traspaia nelle pagine del libro e penso di aver contribuito a far conoscere, almeno in parte, il loro operato in terra africana.
 Voltaire diceva: “Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno”. Forse il lavoro volontario può fare ancora di più e per un credente dovrebbe avere un significato ancora più grande.


Andrea Moiraghi













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