Cap. I Nairobi, luglio 1993
Quando dieci anni fa lessi su
una rivista specialistica, che una associazione medica di cooperazione
sanitaria cercava odontoiatri disposti a lavorare volontariamente in un
ospedale sperduto del Kenya, il Consolata Hospital di Nkubu, non esitai a
dare la mia disponibilità. L' Africa delle immense distese e dei grandi animali, con i suoi
famosi tramonti e le popolazioni cosiddette “primitive”, l' Africa che avevo
letto sui libri di Stanley e di Hemingway o raccontata a me bambino da uno zio,
missionario proprio in Kenya (Padre Domenico Artero delle Missioni Consolata di
Torino) era un richiamo irresistibile e penso per tanti lo sarebbe stato. L'
idea poi di aiutare gratuitamente gli altri con la mia professione, da noi
tutta monetizzata, mi appagava la coscienza. E accadde così, che alla fine di
luglio del 1993, mi trovai su un volo aereo diretto a Nairobi, capitale del
Kenya.
Non mi sarei mai immaginato che
l'Africa, con la sua inimmaginabile bellezza e povertà, avrebbero fatto nascere
in me un contagioso entusiasmo (mal d' Africa?) e un crescente attivismo, che
mi avrebbero portato a tornare in Kenya almeno altre dieci volte, coinvolgendo
la mia famiglia, tanto da adottare due bimbi del continente nero e ad aprire
centri odontoiatrici all' equatore, dove organizzare il lavoro e spedire
container con ogni genere di materiale (dal vestiario ai farmaci, dalle
poltrone dentistiche al latte in polvere). Inoltre a lavorare in Italia per
extracomunitari africani, in un centro medico di volontariato (il Sermig di
Torino). Tutto grazie all' aiuto e al lavoro di équipe, prezioso e
indispensabile, dei tanti colleghi e amici dell' APA., Dino Azzalin in primis, ma affrontando anche
delusioni e qualche voltafaccia.
Il mio primo viaggio in Kenya fu davvero
massacrante e non solo a parole. Partenza da Torino all'alba con volo Alitalia,
scalo imprevisto a Lione per motivi tecnici, cambio aereo a Parigi con sosta di
parecchie ore per perdita di coincidenza. Finalmente un ultimo balzo oltr' equatore,
su un Jumbo 747 dell' Air France, fra bambini vocianti, nonne bisbetiche, mamme
esagitate, pannolini, biberon e giocattoli di ogni sorta. L' aereo, dopo lo
scalo di Nairobi, proseguiva per l' isola francese di Réunion, nell' Oceano
Indiano, dove le famiglie benestanti di Francia amano trascorrere le vacanze
estive. Il costo ridotto della vita di laggiù e la bellezza del paesaggio
tropicale, rende loro sopportabile un viaggio aereo così lungo e con prole a
seguito. Io invece non potei chiudere occhio per il bailamme causato da
genitori e figli e giurai a me stesso che non avrei mai più volato sul Parigi-
Réunion.
L'aereo
atterrò a Nairobi alle quattro del mattino, con l'immancabile ritardo africano
e nonostante il caos di un brutto aeroporto, sgangherato e apparentemente mal
organizzato (verrà rinnovato l' anno successivo), riuscii ad incontrarmi con
Suor Roswitta, la matron (una sorta
di amministratrice-direttrice) dell' Ospedale di Nkubu, mia destinazione
finale. Mi aiutò nella ricerca un poliziotto pingue e garbato, di cui quell’
aeroporto ridondava e tutta quella polizia vistosamente armata, mi conferì
subito sicurezza, ma a pensarci bene non poca apprensione.
Suor Roswitta, o Sister
Roswitta, come la chiamavano tutti all’ inglese, era una taciturna religiosa
svizzera di mezz'età, anche lei dell' ordine delle Missionarie della Consolata.
Fine e gentile nei modi, con un accento ovviamente teutonico, aveva un aspetto
severo, che all' inizio mi incuteva una certa soggezione. Scoprii poi che aveva
un gran cuore. Più di una volta nel suo ospedale di Nkubu la vidi piangere
davanti a un bambino morto per polmonite o per complicanze malariche, cose
impensabile nella sua avanzatissima Svizzera.
Accompagnava la suora, Mr
Elias, il nostro simpatico autista, sempre sorridente, che pensava o forse
sperava che io fossi una donna, visto che Andrea è un nome femminile in Kenya,
come in tutti i paesi anglofoni. Era un ragazzo sui trent’ anni o poco più e
per deformazione professionale notai subito i suoi denti bianchissimi e
sporgenti, che risaltavano sul suo viso nero assai paffuto. Per inciso gli
autisti delle missioni non sono un lusso, ma figure indispensabili: non è da
tutti guidare quegli enormi fuoristrada sulle terribili e desertiche piste
africane., piene di insidie e pericoli.
Quasi tutte le missioni ne hanno uno se non due e un buon autista, come
certo era Elias, su quelle strade è più prezioso dell’ oro.
"Jambo", mi disse
stringendomi la mano e fu la prima parola africana che udii e mi accompagnerà
in tutti i miei soggiorni, quale piacevole espressione di benvenuto. Appena
seppe da dove venivo, in inglese africanizzato mi disse che anche lui parlava
italiano e conosceva persino l’ Italia: "Ciao, Milan, Roma, bravo, Parigi
(?), spaghetti, Ferrari….." E via a sciorinare uno sfoggio di vocaboli e
nomi italiani (o per lui tali) e mezze frasi, senza alcun nesso logico. Mentre
la suora, che aveva studiato in Italia e conosceva bene la nostra lingua,
sorrideva, pensavo tra me che con Elias, poveretto semianalfabeta come tanti
kenyoti, ogni discorso sui massimi sistemi sarebbe stato precluso. Ma non era
questo che cercavo e non immaginavo che nei lunghi viaggi con Elias avrei avuto
interminabili chiacchierate, che mi avrebbero fatto conoscere il Kenya e la sua
gente molto più di tanti libri o di voluminose enciclopedie. Ultimamente l’ ho
perso di vista, perché ha cambiato lavoro, ma serbo di lui un piacevole ricordo
e soprattutto rimpiango le sue doti di autista provetto.
Elias era anche lui un brav'
uomo, gran bevitore di birra, un po' scansafatiche e simpaticamente scroccone,
come tanti di loro con noi stranieri. Non sapeva cosa fossero gli orari e la
puntualità. Una sera, in cui eravamo veramente stufi dei suoi continui ritardi,
da finto arrabbiato gli dissi che se non si fosse presentato puntuale il giorno
dopo per portarci in una vicina missione, dove ci aspettavano per il nostro
lavoro, avrei riferito alla matron. E
lui imperturbato mi disse: "non ti preoccupare, domani verrò a prendervi
puntualissimo, tra le sette e le otto". Che cosa potevamo dirgli, a ben
vedere non aveva neanche l'orologio!
Certo come autista era
veramente in gamba: disinvolto nel traffico caotico delle città, capace nei
percorsi difficili dello sterrato, insuperabile nello scansare pietre e buche
che costellano le strade del Kenya, ma soprattutto, e questo lo rendeva molto
apprezzato, era in grado di riparare il grande fuoristrada Toyota in aperta
savana, dove un motore in panne può comportare trascorrere una notte all'
addiaccio.
Ma torniamo all' aeroporto di
Nairobi, ore quattro antimeridiane. Dopo aver sbrigato le pratiche doganali,
con qualche difficoltà perché avevo con me parecchi farmaci, la cui
importazione è vietata in Kenya, senza regolare permesso, con la suora ed Elias
lasciai l'aeroporto diretto al Flora Hostel, dove avrei trascorso le restanti
ore della notte e mi sarei rimesso un po' in sesto. Il Flora Hostel è un ex
ospedale, oggi adibito a foresteria-ostello, di proprietà delle Missionarie
della Consolata. Si trova vicinissimo alla città di Nairobi, sulle colline di
Ngong, le stesse tanto care alla scrittrice danese Karen Blixen, come racconta
nel suo libro "Out of Africa", tradotto in italiano col titolo “La
mia Africa”, a cui si è ispirato l’ omonimo film.. E' tappa obbligata per chi
arriva dall' Europa, prima di raggiungere le missioni della savana.
Ricordo che faceva freddino,
come in tutte le notti equatoriali e nonostante il sonno, durante il tragitto
fui stupito della quasi totale assenza di luci stradali, ma soprattutto da un
andirivieni di persone, che a passo svelto camminavano nell’oscurità della
notte, come ombre appena visibili. D'altra parte erano neri sul nero. Ma dove
andava tutta quella gente nel freddo e nel buio delle cinque del mattino?
"Vanno a lavorare" mi
disse la suora, "fanno anche venti chilometri a piedi tutti i giorni,
perchè non possono permettersi il costo del bus. Il biglietto di andata e
ritorno costa sui cinquanta scellini (neanche un euro), ma per loro è
tantissimo, perché equivale pur sempre al compenso per un paio o più di ore di
lavoro". E quanti potevano permettersi di spendere tutti i giorni la paga
di due o tre ore lavorative, per andare e tornare da casa? E allora si andava a
piedi. Assonnato e stanco, pensavo a quanto inopportune e ingiuste suonassero
le nostre lamentele sul disservizio dei trasporti pubblici in Italia. Ma di ben
più gravi ingiustizie sarei venuto a conoscenza nei giorni a venire
Suor Roswitta mi disse che
potevo rimanere a dormire al Flora Hostel fino a mattina avanzata, visto che
avevo passato la notte in bianco; nel frattempo lei verso le otto sarebbe
andata con Elias a Nairobi, per gli acquisti dell' ospedale. Ma chi avrebbe
resistito a visitare la Nairobi non turistica, in compagnia di un' autista
indigeno e di una suora mezza africana? Così, alle sette e mezza ero in piedi
anch'io, fra lo stupore di entrambi ed andai con loro a far compere , cosa che
in Italia non faccio quasi mai, ma qui eravamo in Africa.
Strada
facendo chiesi alla suora se potevo telefonare a casa, visto che non avevo
ancora dato notizie del mio arrivo in Kenya e lei mi indicò un posto telefonico
pubblico. Era un ufficio tristanzuolo e sporchetto, come non molto pulita era
la giacca dell' impiegato a cui chiesi di telefonare in Italia.
"Per telefonare in America
(pensava che l' Italia fosse negli USA o forse non aveva capito bene), devo
chiamare l'operatore internazionale. Ci vorrà un po' di tempo". E si mise
all'opera, sorseggiando il ciai
(tipica bevenda locale, un misto di tè e latte) e chiacchierando con la sua
collega. Credo facessero commenti amichevoli su di me, a giudicare dalle
risatine e dagli sguardi benevoli che mi rivolgevano. Avevano entrambi la
tipica flemma africana, a cui non ero ancora abituato e questa loro calma
composta, così lontana dai nostri modi frenetici, agli inizi mi infastidiva, ma
poi mi abituai e adesso persino la invidio. Dopo trenta minuti di interminabile
attesa per avere la linea, sotto gli sguardi dei due impiegati dai modi lenti
ma gentili, finalmente riuscii a parlare con mia moglie per ben un minuto,
prima che cadesse la linea.
Quando riferii alla suora
quanto avevo pagato per la telefonata, non ricordo quanto, ma era uno
sproposito, lei ci rimase male. Non mi aveva ancora avvertito, che nulla si può
comprare in Kenya senza prima conoscere il costo e soprattutto senza
contrattare. Per gli africani, soprattutto per chi vive fuori dalle città,
contrattare il prezzo di qualsiasi acquisto è un modus vivendi a cui non potrebbero rinunciare, si divertono
troppo. Passano delle mezze ore al mercato a discutere sul prezzo di un cesto
di banane o di una papaia, per non parlare di acquisti più costosi. E d’ altra
parte, i rapporti interpersonali sono l’ unica e sicura ricchezza che ogni
africano possiede: non costano nulla. Elias invece sembrava divertito del fatto
che un suo connazionale avesse fregato un
muzungu (uomo bianco) e per di più daktari
(dottore).
Nairobi
non mi parve assolutamente così “piena di fascino africano”, come enfaticamente
riportava una guida turistica da me consultata; probabilmente così doveva
essere ai tempi del colonialismo inglese. Centro culturale, amministrativo ed
economico del Kenya, sede di ambasciate e agenzie internazionali, con i suoi
grattacieli si dà l'aria di moderna ed efficiente metropoli americana. In
realtà si respira in ogni angolo il malessere e il disagio della popolazione,
soffocata dalle tasse, dalla corruzione governativa e dall’ ombra sinistra
dell’ Aids dilagante (15% della popolazione è ufficialmente sieropostiva, con
punte del 60% fra gli studenti delle scuole superiori). “Capitale civile,
ordinata, bella e accogliente” si legge sulla “Guida Blue del Touring Club”,
edizione 1995, ma in realtà, a parte la ristretta zona del centro, degna di una
capitale occidentale e le zone residenziali, abitate prevalentemente dai
bianchi europei e da asiatici, come Muthaiga, Langata o Karen, è una
disordinata megalopoli, cresciuta caoticamente in poco più di un secolo e oggi
è divenuta il regno dell' ingiustizia sociale.
Demograficamente Nairobi è in
continua espansione, tant’è che ha raddoppiato la popolazione negli ultimi
dieci anni, quale meta di emigranti delle campagne in cerca di fortuna in
città. Ai miei occhi è una città assurda, piena di contrasti. Ha circa tre
milioni di abitanti, anche se il numero esatto nessuno lo conosce, il 70% dei
quali vive nelle vergognose baraccopoli della periferia e delle rive del fiume
omonimo, mentre l' uno-due per cento della popolazione (uomini d’ affari,
politici, ex coloni bianchi, commercianti indiani o kenyoti arricchitisi negli
ultimi anni in maniera più o meno pulita), occupa i quattro quinti del
territorio della città, in sontuose ville cintate e fortificate, con immensi
giardini fioriti all' inglese. I grattacieli tutto vetri delle multinazionali di
mezzo mondo, si elevano verso l'alto, quasi ad allontanarsi dai bassi tuguri di
terra, legno e lamiera, della povera gente, la stragrande maggioranza degli
abitanti di questa città capitale.
Definire Nairobi caotica è fare
dell’ eufemismo. Inquinata e disordinata, sporca all' indescrivibile, perché i
rifiuti sono ovunque, a parte la Nairobi bene, è però una città dove si trova
di tutto. Dal negozio della Rolex, alle bancarelle di finti orologi di valore
made in China; dal principesco albergo di costruzione inglese, retaggio del
passato coloniale (famosi lo Stanley e il Norfolk, caro a Hemingway e
Churchill), a pensioni da dieci dollari a notte; dall' efficientissimo e
superlussuoso Aga Kahn Hospital, di proprietà del ricchissimo principe
musulmano, a ospedaletti dove noi europei stenteremmo ad entrare. E poi
sontuosi ristoranti accanto bancarelle improvvisate, dove si cucina di tutto un
po’; centri commerciali stile quasi europeo, con tanto di fast food all'
americana e non distante banchetti dove si vende una sigaretta, una caramella,
un bottone, una stringa di scarpa, ovviamente usata.
Per le
strade di Nairobi si compra e si vende di tutto, ma veramente di tutto: abiti e
scarpe usate, passaporti e timbri falsi davanti a poliziotti indifferenti,
occhiali di seconda mano e di incerta provenienza, radioline ancora anni '60,
quaderni di scuola e matite ormai alla fine, riviste vecchie di mesi,
pneumatici lisi (vengono utilizzati per fabbricare sandali), giocattoli tutti
rotti, che da noi non troverebbero posto neanche in pattumiera… Credo che la
fantasia più fervida non possa neanche immaginare cosa vidi in vendita quella
mattina e se tutto ciò poteva anche risultare folcloristico, d' altro canto
metteva un po’ di tristezza e mi faceva riflettere sugli sprechi e sul
consumismo delirante del nostro mondo civilizzato. E un po' mi vergognavo.
Elias si districava in quel
traffico caotico, fatto di auto di ogni epoca e tipo, alcune vecchissime e
tutte a pezzi, come le vetuste Land Rover ancora del periodo coloniale, di
variopinti pulmini stracarichi, con la gente appesa fuori e all’ interno la
musica assordante, i cosiddetti matatu.
Qua e là carretti trainati a mano o da asini. Incuriosito, per non dire
sbalordito, io guardavo dal finestrino del nostro fuoristrada e notavo la quasi
assenza di semafori e i pochi semafori presenti per lo più spenti.
"Come mai?" chiesi a
Elias.
"No simafiri in Kenya", mi rispose.
"Perché?". E lui in inglese:
"Durano poco, perché rubano le lampadine
e le vendono". Tempo addietro, mi raccontò, un luminare dell' urbanistica
aveva pensato di scoraggiare questi furti, ingabbiando i semafori in una rete
metallica, ma a parte l'effetto estetico, l' idea fu infelice, perché sparirono
reti e lampadine.
E come non dimenticare i
cartelli stradali, tutti bucati con fori regolari. Incredibile! Seppi che i
cartelli venivano forati perché la gente non li rimuovesse per fabbricare
pentolame, bicchieri e attrezzi vari. Cose dell' altro mondo, verrebbe da dire.
Mi veniva da ridere, da un lato, davanti a tanta perspicacia, ma dall' altro
pensavo alla miseria di questa povera gente, che non può neanche permettersi
una pentola per cucinare una minestra. No, non era un altro mondo; purtroppo
era semplicemente il sud del nostro mondo.
Più si avanzava nelle vie
fetide della periferia urbana, più mi impressionava il crescente numero di
gente vestita solo di stracci e senza neppure le scarpe, di mendicanti, di
storpi, di deviati, di bambini e ragazzi abbandonati a sé (i boys street, ne parleremo più avanti),
di ubriachi, di persone che probabilmente avevano la strada come casa e il
cielo come tetto. E qua e là cani randagi, capre smunte e asini appartenenti a
chissà chi. Un’ indescrivibile miseria che avrei rivisto in altre città kenyane
e le tante volte che sarei ritornato a Nairobi. Un quadro sconcertante, che non
abbandonerà mai la mia memoria e mi rendeva insonni le prime notti laggiù.
Ma dove ero
finito? Possibile che a nove ore di aereo dall' Europa, ci fosse gente così
reietta? Altro che mal d' Africa! Come mi apparivano lontane e ipocrite le
immagini che mi avevano propinato in Italia sui libri e sulle guide, di un
Kenya dai magici tramonti, dalle spiagge mozzafiato, dagli animali feroci….Mai
una foto di questi poveracci, ma le solite splendide ragazze color ebano, bimbi
negretti teneri teneri, tanto graditi alla pubblicità, famigliole ben messe e
sorridenti davanti alla loro tipica capannuccia di paglia. Fotografie suadenti
di tanta bella gente che si cimenta in danze sfavillanti o indigeni in costumi
locali, tutti ben tatuati e muscolosi, con l'immancabile lancia in mano, in
bella posa fotografica. Insomma un idillio, un invidiabile idillio che ha fatto
(e continua a fare) la fortuna di tanti scrittori e scrittrici
nostalgico-romantici e delle agenzie turistiche di tutto il mondo.
Per carità,
queste belle immagini pittoresche, molto ricercate dai turisti, le vedete in
Africa. Ma allora perché tanti africani vogliono venire a vivere in Europa, la
loro Terra Promessa? Perché, indebitandosi per una vita e affidandosi a
venditori di speranze, attraversano i deserti con mezzi di fortuna, rischiano
la pelle nella traversata del Mediterraneo per arrivare clandestinamente a
qualche sponda? Perché Yaguine Koita e Fodé Tounkara, due ragazzi della Guinea
Conakry, di 14 e 15 anni, il 2 agosto del 1999 fuggono dalla loro terra
nascosti nel carrello di un aereo diretto a Bruxelles, che a diecimila metri di
altezza diventa la loro gelida bara, con in mano una lettera straziante
indirizzata ai potenti della terra: “Signori dell’ Europa -Excellences, Messieurs
les membres et responsables d’ Europe-, aiutateci, soffriamo enormemente in
Africa….I nostri genitori sono poveri, abbiamo guerra, malattie, mancanza di
cibo e di scuole pubbliche…”?
E così, per la prima volta
nella mia vita, la povertà cessava di essere un termine astratto o una
categoria mentale, ma diventava una cruda realtà, uno sgradevole odore, un
qualcosa che mi toccava sul vivo per gli interrogativi che mi metteva in testa.
Le dolci immagini bucoliche dell’ Africa primitiva e selvaggia, si erano
improvvisamente dissolte, lasciando affiorare ben più tristi e sconvolgenti
realtà.
Intanto ci dedicavamo allo
shopping, che in Italia non mi piace fare, ma laggiù mi interessava e non
immaginavo che mi avrebbe anche divertito. Comprammo ogni sorta di articoli e
per risparmiare acquistavamo direttamente dai depositi e dai magazzini, tutti
filiali di multinazionali americane o europee, con sede anche a Nairobi. Sapone
e detersivi alla Henkel, latte in polvere ed estratti di carne alla Nestlè, kit
per diagnosi di Aids alla Bayer, medicine alla sudafricana Meds, il più grande
distributore di farmaci di quello sventurato continente. E non escluderei che
alla Meds ci fossero capitali europei o americani, perché fra il personale intravidi
più di un bianco.
Ricordo, con desolante
simpatia, le contrattazioni di Sister Roswitta al momento di pagare. La nostra
sorella, di indole taciturna, diventava improvvisamente loquace e sfoggiava
tutta la sua veemenza per farsi fare un po’ di sconto, ma con scarsi risultati,
da quanto capivo. Sembrava impossibile che si dovesse contrattare con
multinazionali da fatturato stratosferico, per avere sottoprezzo un po' di
sapone o un po' di latte per dei poveri fra i poveri: evidentemente le regole di
marketing devono seguire direttive ben precise e non sottostare a
sentimentalismi pauperistici. Lei, santa donna, per i suoi malati avrebbe fatto
l'impossibile, fino a rendersi ridicola agli occhi di tutti. E bisognava
vederla contrattare in tedesco, in inglese, in italiano, in Swahili.
Si, perché, mi ero dimenticato
di dirlo, la suora parlava diverse lingue: tedesco, perché era di Zurigo;
italiano, in quanto aveva studiato in Italia; inglese, cioè la lingua ufficiale
del Kenya e infine un po’ di Swahili, la lingua africana. Senza contare tutti i
dialetti kenyani che conosceva, almeno nei rudimenti, che le permettevano di
comunicare con le varie tribù. Ogni tanto faceva anche un po’ di confusione, ma
io la invidiavo molto, perchè uno degli handicap che ci disturba quando
lavoriamo laggiù, è proprio non conoscere l’ idioma locale, spesso la sola
lingua parlata dal paziente. Soltanto chi è andato a scuola, conosce l’
inglese., che poi spesso dimentica, in quanto non lo usa abitualmente.
Ci recammo anche presso un
distributore di prodotti dentali, perché nel nostro studio dentistico di Nkubu
cominciava a scarseggiare l' anestetico. Andava a litri, data l’ elevata
affluenza di pazienti. Quel deposito era l' unico di Nairobi e uno dei pochi in
tutto il Kenya; a Torino, dove lavoro, ce ne sono almeno dieci. Mi impressionò
la scarsità di materiale venduto, molto del quale di produzione italiana e
quindi a me ben conosciuto, messo in mostra su vecchi scaffali di legno. Il
prezzo di questi prodotti era grosso modo quello italiano e d'altra parte le
prestazioni dentistiche degli odontoiatri di Nairobì costano poco meno che da
noi. Certo ben pochi possono permettersi il dentista laggiù e tanto meno gli
utenti degli studi dell’ APA. Non esistono assicurazioni sociali e gli stipendi
da fame non consentono le cure odontoiatriche se non a pochi fortunati: 600-700
euro al mese un medico statale, 150 un infermiere professionale o un
insegnante, 100 un raccoglitore di tè o un operaio meccanico e circa un euro al
giorno uno spaccapietre, mestiere ormai scomparso da noi, ma laggiù ancora
praticato, e anche da bambini di pochi anni di età. Per non parlare della marea
di gente senza lavoro, che porta a 270 dollari annui il reddito medio pro
capite in Kenya nel passato anno 2001. Altro che cure dentistiche! E’ già tanto
togliersi la fame.
Se poi sia meglio un mal di
denti o una pancia vuota, non lo so, perché fortunatamente non ho mai sofferto
né dell' uno né dell' altro. Posso però assicurare, e tutti i miei colleghi
dell' APA lo confermerebbero, che la resistenza alla fame e al dolore di quelle
persone, è al di fuori di ogni nostra concezione. E altrimenti come farebbero a
sopravvivere a tutte quelle avversità.
Era intorno a mezzodì dell'
ultimo giorno di luglio e facevamo rientro al Flora Hostel per pranzo, sotto il
caldo equatoriale: una calura che però si sopportava bene, per via della
piacevole brezza che sempre soffia sugli altopiani del Kenya, e Nairobi è a
quasi duemila metri di altezza. Sister Roswitta volle fare sosta presso la Casa
Generalizia dei Padri Italiani della Consolata, quartiere di Westland; voleva
farmi dono di qualche souvenir africano e ricompensarmi della fregatura che mi
ero preso al posto telefonico.
Qui incontrai Padre Giuseppe
Quattrocchio, un simpatico e arzillo missionario di trincea, un sant' uomo, in
Kenya da mezzo secolo, che ormai anziano si dedica al commercio di oggettistica
africana con i turisti di passaggio. L' avanzare degli anni, denunciati dalla
sua barbetta bianchissima, non gli ha sopito la verve missionaria, ma anzi gli
ha fatto acquistare un simpatico fiuto per gli affari, insieme a una sua
spiccata loquacità. Infatti Padre Giuseppe riuscì a farci acquistare un po' di
tutto, ma non opponemmo certo resistenza, perché sapevamo che il ricavato della
sua vendita sarebbe andato alle missioni.
Con il tempo venni poi a
sapere che Quattrocchio era un cugino di mia cognata, così tutti gli anni,
prima di lasciare Nairobi per le steppe del nord del Kenya, lo vado a trovare e
quando porto i miei amici a far acquisti da lui, ormai mi sento un po’ in
famiglia. Lui invece si sente assai felice del ricavato della vendita e di
raccontarci le sue peripezie di ex missionario di prima linea, che lasciano
tutti a bocca aperta, meno il sottoscritto, che ormai le ha sentite svariate
volte. Mi informo sempre anche sulla situazione delle strade, che lui conosce
bene, ma la risposta è invariabilmente la stessa:
“Sempre peggio!”
E alla fine, alzando
giovialmente le braccia, ci saluta con le solite raccomandazioni e la fatidica
frase:
“Kwaeri (arrivederci,
in lingua swahili). Buon viaggio e per le strade del Kenya, prudenza,
prudenza, dottori!”, che ormai suona ai miei orecchi come una benedizione
liturgica.
La nostra Toyota, carica all’
inverosimile, souvenir compresi, saliva le colline di Ngong diretta al Flora
Hostel, e io vedevo in lontananza i grattacieli tutto vetri della Nairobi che
conta, stagliarsi su un cielo incredibilmente azzurro, come forse non l'avevo
mai visto e solcato da nuvole di aspetto insolito, per non dire inesistente
alle nostre latitudini. Distinguevo bene il Kenyatta Centre, una grande torre circolare di stile neoclassico
e africano insieme, divenuta il simbolo della capitale e immagine oleografica
di tutti i depliant turistici. Mi vennero subito in mente le pagine che avevo
letto sui fantastici cieli d' Africa. Peccato che avevo lasciato all' hostel la
macchina fotografica, su consiglio della suora: troppo alto il rischio furti
nella periferia di Nairobi. Gli abitanti chiamano questa città Nairobbery, giocando sul termine inglese
robbery, cioè furto. E vagli a dare
torto!
"Non mangi troppo,
dottore, ci rimane molta strada da fare, con tante buche e salti; meglio non
appesantire troppo lo stomaco", mi suggerì garbatamente Suor Roswitta, che
mi vedeva assaporare con gusto avocado, papaie e mango. Ma quei frutti esotici,
che in Italia consumavo di rado per non dire mai, stuzzicavano tanto il mio
palato, da non badare troppo alle sue parole. Chi sicuramente si mostrava
incurante del garbato consiglio, era Elias, che continuava a mangiare come un
lupo.
Per gli autisti delle missioni,
andare in trasferta è una pacchia: finalmente mangiano un pasto decente,
dormono fra due lenzuola e a volte rimediano anche qualche mancia: dipende dal
buon cuore del trasportato. Invece, nelle loro misere case di legno e lamiera,
mettere insieme il pranzo con la cena è un' impresa: troppe bocche da sfamare e
di lenzuola e materassi manco a parlarne; è già tanto rimediare una coperta.
Quando ci spostiamo in auto da
una missione all’ altra, ci piace chiacchierare con i nostri autisti, perché
fanno conoscere da vicino il modo di vivere e di pensare della gente laggiù.
Sovente loro fanno domande, vogliono
sapere del nostro mondo occidentale e si mettono a ridere quando, per le strade
deserte della savana, raccontiamo degli ingorghi di traffico delle città
europee. A noi crea non poco imbarazzo raccontare del nostro consumismo da
incubo, con gli armadi gonfi di vestiti, i telefoni cellulari anche nelle
tasche dei bambini, le due televisioni per famiglia, con una trentina di canali
televisivi che trasmettono incessantemente pubblicità. Come possiamo spiegar
loro del nostro colesterolo alto perché mangiamo troppo, del nostro indice di
natalità più basso al mondo, dei lavori umili e faticosi riservati agli
extracomunitari (magari proprio Africani) visto che in Italia nessuno li vuol
più fare, nonostante un milione di Italiani ufficialmente disoccupati? Che
contrasti in Kenya, dove si muore di fame, vi è uno dei più alti tassi mondiali
di natalità e di lavoro proprio non ce n’è!. Siamo restii a raccontar loro,
molto legati alle tradizioni religiose, che le chiese da noi si svuotano,
mentre si riempiono gli stadi, dove il gioco del calcio è ormai assurto a
religione laica oppure dei giovani che si drogano o delle famiglie che si
sfasciano pur avendo tutto?
Tanti modi e aspetti di vita
così estranei ai loro, così diametralmente opposti, che mi sono chiesto più di
una volta cosa pensino quando parliamo di queste cose o se non sia più giusto tacere,
come qualcuno sostiene. Io ritengo sia più onesto che loro sappiano; ma spero
bene che non invidino il nostro cosiddetto benessere o, peggio, non ci vogliano
imitare.
Ho però l’ impressione che
le nuove generazioni africane vivano affascinate dalla nostro modo di vivere e
dal mondo bianco del consumo, seppur ancora infinitamente lontano per loro.
Inutile fare del sentimentalismo fuori tempo, perché la realtà è questa:
ovunque viaggerete in Africa, salvo aeree ancora abbastanza inviolate, come ho
visto essere il nord-est del Kenya o certi altipiani dell’ Etiopia, troverete
adulti e bambini che vi chiederanno caramelle, penne, libri, orologi, magliette
e ovviamente soldi
Dr.Moiraghi Andrea

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