Cap. II Nkubu, agosto 1993
Quasi trecento chilometri separano la città di Nairobi
dal villaggio di Nkubu, nella contea di Meru, sede del Consolata Hospital, la
mia destinazione di lavoro. Sull' aereo, carta geografica e guida del Kenya in
mano, avevo studiato attentamente il percorso, visto che di dormire non se ne
parlava, con tutto quel baccano che facevano gli enfanfs terribles francesi. Avremmo dovuto percorrere da sud a nord
un tratto di quella lunghissima arteria stradale, enfaticamente definita PanAfrica High Way, cioè la
superstrada che collega le due estremità dell' Africa. Una specie di
Transamazzonica del continente nero, che con i suoi migliaia di chilometri, in
paesaggi naturali ed etnografici diversissimi, collega Città del Capo con Il
Cairo, attraversando grandi stati come la Zambia, la Tanzania, il Kenya,
l'Etiopia. E' praticamente l' unica strada di collegamento fra il sud e il nord
del continente, fra il Sudafrica e l’ Egitto. Avrei presto realizzato che di
superstrada non si trattava, se non nel nome, dal momento che per cinquecento
chilometri attraverso il Kenya non è neppure asfaltata, ma tutta buche e pietre
Parlo del lungo tratto di strada che va da Isiolo, nel Kenya centrale, dove
abbiamo una nostra sede operativa, fino a Moyale, al confine con l' Etiopia.
Vero è che la Banca
Mondiale periodicamente stanzia migliaia e migliaia di dollari per la sua
asfaltatura, ma si sa, troppe mani e troppo poco pulite incontrano quei soldi
prima di trasformarsi in liscio catrame. Tutto il mondo è paese.
Questa
splendida regione del Kenya, dove il tempo sembra essersi fermato, è abitata da
popolazioni nomadi, fortemente legate ad antiche tradizioni: Samburu, Borana,
Rendille, Turkana… Di origine nilo-camitica, hanno tratti somatici aggraziati
e, come i più noti Masai, amano abbellire il proprio corpo con ornamenti
variopinti, con collane e bracciali, fatti di perline colorate e rame. Gli
uomini portano quasi sempre la lancia, mentre le donne, alte e slanciate, sono
semplicemente belle. In questa zona si può incontrare ogni rappresentante della
fauna africana: leoni, bufali, zebre, babbuini, antilopi e le magnifiche e
nobili giraffe. Qui, uomini animali e natura, dipingono un quadro di una
bellezza inimitabile, tanto da farne un paradiso per naturalisti e antropologi,
se hanno il coraggio di avventurarsi in queste terre remote. Addentrarsi da
queste parti, senza scorta di polizia, è infatti rischioso; l’ ampia regione è
infestata da banditi somali, i cosiddetti shifta,
ancora più pericolosi dei leoni.
Nonostante
questo pericolo, più volte ci siamo addentrati nel territorio per raggiungere
l’ ambulatorio dentistico di Merti o le capanne Samburu, per eseguire
estrazioni dentarie a pazienti seduti all’ ombra di un albero: intervento tanto
richiesto quanto apprezzato. Non so se la Provvidenza o le preghiere delle
suore ci abbiano aiutato, ma fin' ora gravi incidenti non ci sono mai capitati;
a volte un po' di paura, soprattutto quando si guastano i fuoristrada.
Lasciata
la superstrada, nel nostro viaggio verso Nkubu, dovevamo proseguire sempre in
direzione nord, verso il Monte Kenya:, e infatti quel tratto di strada si snoda
alle pendici della seconda più alta montagna dell' Africa, per un centinaio di
chilometri, in mezzo alla foresta. Secondo i miei calcoli, ci attendevano
quattro o cinque ore di viaggio, ma in Africa ci si deve abituare in fretta a
fare i conti con l’ imprevisto e questo ha avuto per me risvolti positivi,
perché mi riporta all’ essenzialità del vivere e alla consapevolezza dei miei
limiti.
Partimmo dal Flora Hostel nel primo pomeriggio dell’ ultimo
giorno di luglio. Il caldo ora si faceva sentire, nonostante in Kenya la nostra
stagione estiva corrisponda all’ inverno. Elias ci disse che doveva far sosta a
un autofficina, per non ricordo quale problema al nostro mezzo e dopo alcuni
minuti di viaggio, tra sorpresa e incredulità, mi apparve una distesa
agghiacciante di tetti in lamiera zincata e assi di legno, che coprivano
piccole baracche squadrate. Era la baraccopoli di Kibera, mi disse il nostro
autista, di fronte al mio stupore. Avvicinandoci alla baraccopoli, feci cenno
ad Elias di fermarsi un attimo e percorsi qualche decina di metri a piedi,
davanti ai miei occhi vedevo un susseguirsi di baracche fumanti, in legno e
terra, ammucchiate senza ordine e addossate le une alle altre; non ne scorgevo
la fine. Uno spettacolo a me sconosciuto, se non per qualche fugace immagine
scorta sui giornali e alla televisione o per sentito dire
Ritorneremo
a parlare nel libro di codesti agglomerati di abitazioni, detti anche bidonville o slum, rispettivamente alla francese e all' inglese; sono una
vergogna sociale e un concentrato di mali su cui non si può tacere. Le grandi
città dell' Africa pullulano di simili squallori e così pure Nairobi, dove le
abita la maggior parte della popolazione, più dei due terzi, come ho già detto.
Incuriosito da
questa miserabile realtà, mentre Sister Roswitta sonnecchiava, chiesi
confidenzialmente ad Elias se poteva attendermi ancora un attimo, cosicché
avrei fatto una breve visita a Kibera. Non so se fosse solo curiosità, di cui
non dovrei certo vantarmi, ma credo di essere stato mosso da un reale interesse
a vedere da vicino quel mondo finora sconosciuto e tentare di capire come a
molti fosse accaduto di vivere in un simile squallore. "No possible", mi rispose Elias, tra
lo stupito e l'imbarazzato. "Tu devi essere matto; è pericolosissimo. Quel
posto è un covo di briganti. Lo sai che persino la polizia ha paura ad entrare
là dentro?". Far sosta vicino a uno slum con la nostra auto
stracarica di mercanzia, come la slitta di Babbo Natale, voleva proprio dire
andarsele a cercare. Lì per lì interpretati
il suo rifiuto come un modo sbrigativo per rientrare prima alla missione di
Nkubu e per un po' non ci pensai più. Mi tornarono in mente quelle parole,
quando tre anni dopo il mio amico Dino Azzalin e altri cinque colleghi
violontari, vennero rapiti all' interno della bidonville di Korochoco e sotto la minaccia delle armi spogliati
praticamente di tutto. Ne parlarono anche giornali e telegiornali italiani. E
certamente allora non avrei immaginato che, dopo molti ripensamenti e titubanze
tra me e Dino, quattro anni fa avremmo accettato l'invito di due missionari
della Consolata, Padre Tommaso Barbero e Padre Alex Moreschi, a lavorare a
Kahawa, un sobborgo di Nairobi, in uno
studio dentistico allestito a fianco della baraccopoli di Soweto. Riparleremo
anche di questo.. Tempo fa, alla missione di Nkubu, si passò un’ intera serata
a parlare di baraccopoli ed era la prima volta che ne sentivo parlare in
dettaglio. Ero a cena con un giovane missionario che lavorava proprio a Kibera,
la baraccopoli più grande del Kenya. Fu interessante e toccante sentir
raccontare la storia di questa bidonville,
una delle più popolose al mondo, con il suo mezzo milione di abitanti o forse
più. Sorta negli anni quaranta su un appezzamento donato dal governo inglese ai
combattenti per l’ impero britannico, l’ area si era via via estesa e gli
assegnatari erano divenuti intraprendenti affittuari, pronti a strozzinare i
locatari con canoni insostenibili, a volte soffocando le loro proteste con le
armi.
Intanto, lasciato il caos di Nairobi alle spalle, il
nostro viaggio proseguiva verso nord in un traffico intenso, ma soprattutto
terribilmente spericolato e senza regole. In Kenya i morti per incidenti d’
auto non si contano, mi raccontava Elias e infatti, proprio in quel tratto di
strada, due anni dopo perderò un amico trentenne, Luca Maschio, missionario
salesiano.
Nel
frattempo, l’ abbondante e gustoso pranzo mi aveva conciliato il sonno e mi ero
addormentato anch' io, per svegliarmi dopo una mezz’ oretta davanti alle
colline della cittadina di Thika, splendide nelle loro sfumature verde scuro
sul cielo sempre azzurrissimo. Ritroverò questo toponimo di sapore africano
qualche tempo dopo, nel libro ”The
Flame Trees of Thika” di Elspeth Huxley, venutomi fra le mani nella
foresteria della missione di Tabaka e che cominciai a leggere, senza mai
riuscire a terminare. Le ore vespertine in Africa, quando il cielo si illumina
di stelle, hanno un fascino tutto loro che ben si addice alla lettura; e
infatti si leggono più libri in Kenya d’ estate che in Italia nel resto dell’
anno, se non fosse altro per il fatto che si ha molto più tempo libero.per la
lettura.
Ancora
assonnato e stranito, un po’ per la stanchezza e un po’ per il caldo soffocante
all’interno dell’ abitacolo, rimasi sorpreso da quelle distese di colline ben
coltivate, pettinate a mo' di fattoria californiana. "Pineapples , Dil Monti , disse Elias, senza che io lo
interpellassi.
Mi
spiegò che erano le piantagioni di ananas della multinazionale italiana Del
Monte e subito mi sentii un po' a casa, pensando alle nostre scatolette e
lattine marchiate Dil Monti, tanto
gradite a mia figlia. Chilometri e
chilometri di collina coltivata ad ananas, interrotte di tanto in tanto da alte
torrette, su cui guardie armate scoraggiavano eventuali furti. Era evidente che
tutti quei prelibati frutti in aperta collina, erano un boccone troppo
attraente per i bambini che gironzolavano nei paraggi e per gli adulti che li
avrebbero poi venduti sottobanco, come in effetti fanno volentieri, allungando
qualche mancia qua e là.
Il nostro viaggio proseguiva sotto il sole e fra i mille
sobbalzi di una carrozzabile stretta e maltenuta. L’ ambiente circostante era
completamente cambiato, come capita frequentemente in Kenya, dove nell’ arco di
pochi chilometri la natura che ti attornia muta improvvisamente e
inaspettatamente. Ora il paesaggio ricordava le nostre pianure vercellesi.
Percorrevamo infatti la piana di Mwea, dominata da risaie, grazie a una vasta
opera di bonifica che da alcuni anni ha trasformato una zona incolta e infestata
dalla malaria, in un terreno fertile e idoneo alla coltivazione del riso.
Stanchi, ci fermammo per un tè ristoratore nella cittadina di Embu, in una
sorta di pub d'antan del periodo
coloniale inglese. Locali simili, locali d'altri tempi, oggi non sempre curati,
ma sempre perfettamente english style,
erano il luogo di ritrovo delle famiglie coloniali inglesi che popolavano il
Kenya prima dell' indipendenza del 1963. Oggi sono semideserti, anche se
apprezzati dai pochi turisti, che si aggirano da queste parti. Per la prima
volta assaggiai l'ottimo tè locale, ma la vaga pulizia delle stoviglie, a cui
imparai presto a non farci caso, non mi consentì di apprezzarne a fondo le
decantate qualità. Elias invece bevve soltanto dell’ ottima birra kenyana, senza
risparmio. Tanto non pagava lui. Ci avvicinavamo a Nkubu, immergendoci in un
nuovo paesaggio, la rigogliosa foresta del Meru, dove i torrenti del vicino
monte Kenya vanno ad irrigare le coltivazioni di cotone, tè e caffè della zona.
Il paesaggio che ora ci accompagnava, era nell’ insieme molto colorato e
denunciava un modello di vita prevalentemente agricolo, assai diverso da quanto
avevo visto nella mattinata a Nairobi; all’ apparenza meno povero e certamente
più dignitoso. Poche le auto per strada, qualche bicicletta e qua e là carretti
trainati a mano o da animali. Ogni tanto capre e mucche attraversavano la
strada, mentre ai lati della malconcia carrozzabile, osservavo un andirivieni
di tante persone, non certo ben vestite. Fra queste c’ erano molti bambini, in
prevalenza scalzi, a fianco o sulle spalle delle loro mamme dai vestiti
semplici ma molto variopinti. e tante di loro, trasportavano enormi fascine di
legna e sterpaglia. A fianco della strada, altre donne e ragazze vendevano
carbone, frutta e verdura di tutti i generi e di buona qualità, disposta su
banchetti rudimentali o direttamente per terra. Memore di quanto avevo visto la
mattina a in città, cominciavo a rendermi conto che in Kenya tutti vendono e
comprano di tutto e ovunque.
Il sole stava completando
il suo arco nel cielo, diventato azzurro-argento, quando un rumore ritmico
disturbò il nostro viaggio e la nostra auto cominciò a saltellare più del
normale.
"Puncture",
sentenziarono quasi in contemporanea Sister Roswitta ed Elias. Avevamo forato
una gomma. Da quelle parti bucare è la
norma, tant'è che ogni fuoristrada porta due ruote di scorta sul tetto e il
nostro non faceva eccezione. Elias, che mi avevano detto poteva smontare un
motore in mezzo alla savana, non si sarebbe certo spaventato di cambiare una
ruota! Ma dove era finito il cric? Perso, rubato, dimenticato da qualche parte?
Io e la suora non nascondevamo la nostra preoccupazione davanti ad un Elias
sorridente come sempre e assolutamente indifferente per quanto accaduto.
Questo aplomb
africano, davanti a qualsiasi contrattempo o disgrazia anche grave, mi ha
sempre lasciato di stucco, ma quanto li aiuta a superare le avversità e quanto
aiuterebbe a vivere anche noi! L' antica saggezza africana può ancora
insegnarci molto. Però io, che africano non sono, sinceramente ero preoccupato
per l' imprevista e indesiderata sosta: trascorrere una notte all' aperto sotto
il cielo stellato dell' equatore, poteva anche essere suggestivo, ma il
pensiero di un brutto incontro con qualche animale o qualche malintenzionato,
me lo rendeva molto meno seducente. Telefoniamo, fu il mio primo pensiero, ma
in quei luoghi i telefoni non esistono e di cellulari poi manco a
parlarne. La gente incuriosita,
soprattutto i bambini, gioiosi come al solito, si radunava intorno a noi, come
le mosche che in gran copia ci ronzavano intorno. E mentre l' incidente
sembrava senza risoluzione e la mia inquietudine cresceva, mi venne in mente
che all'aeroporto avevo deposto tutto il mio bagaglio su un sacco nero riposto nel
baule del fuoristrada. Quel sacco nero sotterrato sotto le mie valigie, non
conteneva forse il fatidico cric? Infatti era così. Non bisognava perdere
tempo, ma rimuovere tutta la mercanzia sopra i miei bagagli, poi i bagagli e
infine ricuperare il prezioso attrezzo. Dispiaciuto e imbarazzato, mi misi al
lavoro a fianco di un Elias sempre col sorriso sulle labbra, che credo di me
pensasse: "Per essere un bianco e per di più daktari, lo facevo più furbo".
La
suora si dette subito da fare e anche questa volta bisognava vederla con quanta
rapidità e metodo scaricava sacchi
di riso, scatoloni di farmaci, fusti di sapone. Altro che le
nostre suore tutto chiesa e convento! Mentre con un occhio seguiva le
operazioni di scarico, con l'altro controllava che nessuno dei molti presenti
si impadronisse furtivamente della merce e ogni tanto regalava loro qualcosa,
per toglierseli dai piedi, data la loro insistenza nel chiedere. Sotto sotto
però, quelle bocche poco avvezze al cibo, credo le facessero pena. Lei poveretta
era abbastanza preoccupata, perché sapeva che un ritardo prolungato avrebbe
messo in apprensione le consorelle dell' ospedale; non c'era quindi tempo da
perdere e andava ripetendo:
"Facciamo noi dottore, non si preoccupi, lasci stare…" Cosa
dovevo fare, potevo mica stare a guardare, quando ero io la causa di tutto quel
trambusto. La sosta forzata ci portò via
più di un' oretta e intanto il sole, che mi appariva grandissimo, si avvicinava
alla catena scura di colline. Assistevo al primo dei miei tanti tramonti
africani, ma non sto a descriverlo, perchè non renderebbe neppure l'idea ed
anzi rischierei di dipingere un' immagine fin troppo stereotipa. Ho però ancora
impresso negli occhi l' indimenticabile disco di fuoco su uno sfondo giallo di
tutti i gialli e rosso di tutti i rossi. Intravedevo persino sfumature
violastre e fucsia, che non avevo mai ravvisato fino ad allora in un tramonto.
Sempre, dai miei vari soggiorni in Africa,
riporterò a casa lo stupore per la tanta miseria, nascosta dietro una natura così
fantastica, quasi irreale, difficile da descrivere. Una natura madre e matrigna
nello stesso tempo. Non riesco a darmi ragione di tutto questo e potrei quasi
capire il cosiddetto stereotipato e abusato mal
d ' Africa, se non fosse per il ricordo, che immancabilmente si fa crudele
realtà, di tanta umana sofferenza, soprattutto nei più piccoli. Mi sconcerta
pensare come si possa continuare ad ammalarsi e morire di fame in Africa,
quando un' altra parte di mondo si ammala del problema opposto, cioè per abbondanza
di cibo.
Finalmente
arrivammo a Nkubu, sotto il tipico stellatissimo cielo equatoriale, mai visto
altrove e quindi a me nuovo. Il villaggio, nonostante l’ ora, brulicava ancora
di gente che si distingueva con difficoltà, data l’ assenza di luci artificiali.
L’ abitato non possedeva illuminazione stradale e un po’ di luce arrivava dagli
unici locali pubblici dotati di corrente elettrica: i bar trattoria, il
distributore di benzina, la
banca , l'ufficio postale e qualche bottega di generi vari. In
pratica la visibilità per la strada era affidata unicamente alle grandi stelle
e all' immensa luna e lo stesso ospedale non era per nulla illuminato all’
esterno e poco anche all’ interno, come avrei presto verificato. Tutto quel
buio intorno, insieme ad un alta cinta di pietre e di filo spinato, con le
guardie al cancello, conferivano al Consolata Hospital un aspetto poco allegro
e per un verso malinconico. Ma in fin dei conti ero lì per lavorare, riflettei
e presto mi sarei abituato al posto.
In ospedale mi vennero incontro la collega
Roberta Lombardi di Milano, assistente dentale presso lo studio milanese del
Professor Carlo Guastamacchia ed un suo amico, anche lui volontario, se ben
ricordo di nome Stefano, ma l’ ho perso di vista. e così se ne è andato anche
il suo nome. Ci eravamo conosciuti in Italia durante i preparativi del lavoro
africano e, fortunati loro, avendo trovato un volo più rilassante del mio, mi
avevano preceduto di alcuni giorni. Alla vista di Roberta e Stefano mi
rinfrancai e con loro nacque subito una piacevole amicizia, sviluppatasi fra
lavoro, serate trascorse a chiacchierare, trasferte da una missione all'altra,
gite fuori porta..
Nonostante l'accoglienza calorosa dei miei
futuri collaboratori, di un paio di suore libere dagli impegni di reparto e del
Dott Kakuja, un chirurgo ugandese in servizio presso ospedale, la stanchezza
prese il sopravvento e senza cenare mi ritirai in camera a dormire, per
svegliarmi solo dopo un intero giro di orologio. Non poteva essere
diversamente, visto che non riposavo praticamente dalla mattina del giorno
prima. Ebbi però difficoltà ad addormentarmi: il trambusto del lungo viaggio,
il cambio di fuso orario, ma soprattutto quella povertà scioccante mai vista in
diretta, non conciliarono subito il sonno.
"Karibuni, Dott.
Andrea", benvenuto tra noi, fu l'inaspettato saluto delle consorelle al
mio risveglio. Forse non avevo mai visto tante monache tutte insieme, ma la
loro calda accoglienza e la loro pronta disponibilità, mi diedero sicurezza e
serenità. Capii subito che in quel luogo avrei lavorato a mio agio. Credo, e lo
dico senza ombra insincerità e senza retorica, di aver raramente conosciuto
persone così squisite. Avevo incontrato molte suore, quando studiavo alle
scuole cattoliche, ma mai avevo conosciuto religiose così sorprendentemente
energiche, affabili, scherzose. Nei giorni e negli anni a venire, durante il
lavoro o i trasferimenti da una missione all'altra, nei lunghi dialoghi con
loro e con i miei amici, ebbi modo di conoscerle e apprezzarne la loro bontà d’
animo, pervasa da una fede profonda, vissuta nell’ anonimato della loro
professione in uno sperduto ospedale del centr’ Africa. Con stupefacente
umanità e spirito di sacrificio, in umiltà e serenità, riuscivano a dare un
volto umano a uomini e donne sofferenti, di cui si parla solo nei freddi numeri
delle statistiche di organizzazioni internazionali e di convegni medici. La
loquacità non faceva certo difetto a nessuna di loro ed era un piacere sentirle
raccontare le loro vicende dei tempi passati, quando in Kenya si arrivava solo
per nave e andare in missione voleva veramente dire esplorare terre nuove.
Argomento di conversazione era spesso Padre Domenico Artero, il mio zio
missionario, che ormai anziano e malato, per una curiosa coincidenza proprio in
quell’ ospedale aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita, lui che
rifuggiva dalla medicina ufficiale e amava curarsi con i presidi tradizionali
africani, a base di erbe e intrugli vari. Dal loro racconto ne usciva una
figura di sacerdote un po’ originale, dalla tempra vigorosa e dalle idee
lungimiranti, che lo portavano a imprese avventurose e persino eroiche per quei
tempi
Ricordo
ancora benissimo Siter Icylia, missionaria in Africa da quarant' anni; la
paciosa Sister Leonella, che diventerà responsabile di tutte le suore
missionarie della Consolata in Kenya; Sister Maria Antonia, di Cagliari, appena
reduce dalla Somalia in guerra; Sister Giuseppina, loquacissima biellese, che
parlava e intanto sferruzzava; Sister Giovanna Pia, piemontese anche lei,
dirigeva la sala operatoria; una suora etiope bella e giovane, Sister
Ghetenuse, lavorava come ostetrica, e tante altre. Caratteri diversi e ruoli
differenti all'interno dell' ospedale, ma un comune denominatore: una
sconfinata dedizione al malato e al povero.
Dopo un' abbondante colazione, mi fecero
visitare l'ospedale. Era un costruzione vecchia di trent' anni, a un solo
piano, che si estendeva su una
superficie di trenta-quarantamila mila metri quadri tutti cintati, con ampi
giardini floreali ben curati e una scuola per allieve infermiere. I reparti
erano distribuiti in varie costruzioni, comunicanti tra loro da vialetti in
cemento e qua e là erano distribuite alcune casette, dove alloggiavano il
personale dell' ospedale e anche noi volontari. Non mancava ovviamente la
chiesa. Uno schema di costruzione che avrei rivisto in altri ospedali missionari
del Kenya e della Tanzania.
A
parte il bel giardino, i cui prati erano tappezzati di malati stesi al sole a
riposare, che si sbracciavano per salutarmi, il posto non era un gran che per
essere un luogo di cura. Immediatamente mi colpì la vista una folta e
rigogliosa siepe, su cui guanti di gomma monouso erano stesi al sole ad
asciugare, per poter essere nuovamente riutilizzati. L’ ospedale non poteva
permettersi di buttare i guanti destinati a un singolo uso, mi disse Sister
Roswitta interpretando il mio stupore ed era costretto a lavarli e
riutilizzarli più volte, per economizzare sui costi. Eravamo proprio in un
altro mondo! Ma ancora non avevo visto l'interno dell’ ospedale.
Costruzione
povera e dimessa, muri scrostati qua e là, pavimentazione in mattonelle
consunte o cemento rossastro, quasi trecento letti in ferro arrugginito per
circa cinquecento malati (spesso due per letto), vecchie barelle in legno,
attrezzature e apparecchiature mediche di altri tempi e soprattutto un odore
nauseabondo, quasi ripugnante a cui mi dovetti mio malgrado abituare perché è
molta la gente laggiù che trasuda questo odore acre. Qua e là un richiamo alla
religione cattolica, grazie alla quale era nato il tutto.
Le
suore mi dissero che quello era uno dei migliori ospedali del Kenya e serviva
una zona estesa per quasi cento chilometri. Nulla a che vedere con i nostri
nosocomi, ma che fosse un bell' ospedale per gli standard africani, lo
verificai di persona quando visitai quello statale di Meru. A Nkubu almeno i
malati venivano curati dignitosamente; c'erano i farmaci , che spesso mancano
negli ospedali governativi, e ora anche il nostro studio dentistico. E poi
c'era la dedizione di quelle suore stupende, che probabilmente non si trova
nelle lussuosissime ed efficientissime cliniche svizzere, perché non è merce
che si può acquistare, pensavo tra me, mentre Sister Roswitta, lei sì svizzera,
mi portava in giro per i reparti. I
malati erano tanti e tutti facevano a gara per stringermi la mano, mentre
bambini festosi mi si attaccavano da tutte le parti, con l'immancabile litania:
“how are you”, oppure "give me a sweet". Chiedevano poi solo una
caramella, quelle che i nostri figli non guardano neanche più. Mi facevano
sorridere le loro domande: “Perché la tua pelle è bianca? Tu sei andato a
scuola? Tu hai una bicicletta, una casa…?”. C’era da ridere ma anche da
riflettere e ancora oggi ricordo bene e percepisco l’imbarazzo di quei momenti.
In tutti gli ospedali italiani e inglesi dove ho lavorato, non avevo mai visto
una simile e così calorosa accoglienza da parte dei degenti.Ma più di tutto mi
impressionò il reparto di ostetricia e ginecologia, dove nascevano
quattro-cinque mila bambini all' anno: altro che la nostra penuria di neonati!
E dovevo considerare che soltanto una minoranza delle nascite in Kenya
avvengono in ospedale, perché la maggior parte delle donne non si sogna neppure
di partorire in una struttura ospedaliera: non è abitudine e poi gli ospedali
sono pochi, quasi sempre lontani e soprattutto costosi. Mi interessava più di
tutti questo reparto, per la mia specialità in pediatria e così mi intrattenni
un po'. In un angolo vidi un incubatrice, dono della ditta Asmot di Torino , dove anch'io
acquisto apparecchiature mediche. Tre neonati pelle e ossa giacevano insieme
nell' unica incubatrice disponibile, mentre una seconda era guasta e nessuno
era in grado di ripararla o di acquistarne una nuova. In una stanzetta accanto,
stavano lavando un bimbo appena nato, sarà pesato nemmeno un paio di chili.
Coperto di sangue dalla testa ai piedi, era appena arrivato dalla campagna in
braccio alla sua mamma. Stava morendo dissanguato per emorragia ombelicale, che
la povera donna nella sua capanna aveva tentato di arrestare, tamponando la
ferita aperta con sterco di mucca rinsecchito, l' unica "garza" che
la famiglia avesse a disposizione. Ero ammutolito! Anche il cuore più indurito
avrebbe stentato a trattenere le lacrime. Inutile dire che il piccolo morì da
lì a pochi giorni per setticemia acuta, provocata da quell’ inutile garza piena
di batteri. Mi avvicinai a Sister
Ghetenuse, la suora infermiera-ostetrica, intenta a un taglio cesareo, che da
quelle parti eseguono le infermiere. Volevo sapere da lei qualcosa di più su
quelle realtà finora sconosciute. "Tutto bene" disse lei, con il suo
indimenticabile sorriso e il suo italiano stentato. "Questa notte ci sono
stati tredici parti e siamo stati very
lucky : tutti i neonati sono vivi, almeno finora”. "Come sarebbe molto fortunati?",
le chiesi stupito; forse non avevo ben tradotto il suo very lucky?
“Sì”,
mi spiegò serenamente “è raro che su tredici parti tutti i bambini
sopravvivano”. E d'altra parte non mi dovevo stupire; se avessi letto i dati
dell' OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), avrei visto che il 14,6 per
cento dei neonati in Kenya, cioè uno su sette, muore già al momento del parto.
Per non contare il numero di donne che muoiono durante il parto, evenienza
ormai rarissima da noi. E questo era ed è il Kenya, che i libri e le guide
turistiche descrivono come uno dei più avanzati stati africani; non oso pensare
a cosa succede in Congo o in Sierra Leone e a tanti altri stati devastati da
anni di guerriglie. Sarei tornato altre volte in questo reparto, un po' per
interesse professionale e un po' per rivedere la graziosa Sister Ghetenuse.
Quelle partorienti serene e mai lamentose, fra quelle miserrime mura, quelle
neomamme che allattavano in allegria, quei modi dolci e garbati delle
ostetriche, così lontani dal freddo efficientismo di certi nostri reparti
ospedalieri, mi offrivano un messaggio indelebile di umanità, che l'antica
sapienza africana continua a trasmettermi.
"Dottore, Miss Roberta e Stefano la
stanno aspettando nell' ambulatorio dentistico", mi avvertì una suora. Mi
stavo dimenticando che ero lì per lavorare e non c'era tempo per commuoversi.
Lo studio dentistico mi piacque subito. Ordinato, pulito, ben attrezzato, era
stato donato dal Lion's Club Torino-Superga, come testimoniava una targhetta
metallica e montato l' anno precedente dal collega Dino Azzalin e da John,
l'elettricista tuttofare dell' ospedale. Feci subito conoscenza con Maria
Goretti, un' infermiera locale, graziosa e molto sveglia, che avrebbe assistito
il nostro operato e tradotto per noi i numerosi dialetti locali. Sbirciai anche
la sala d'aspetto o meglio il corridoio d'aspetto, dove in paziente attesa
sedevano su una panca tre o quattro adulti e un paio di bambini. Mi stupì
vedere quelle persone così composte e pazienti. Nessuno si lamentò delle mie
due ore di ritardo, neppure i due bambini e raramente avrei visto Africani
lamentarsi laggiù per i tempi di attesa, mentre non posso dire altrettanto dei
pazienti africani che curo qui a Torino. Ma non era il caso di perdersi in
infruttuose riflessioni; bisognava mettersi al lavoro, seppur avessi già
imparato che per loro il tempo, anche speso a far nulla, ha una connotazione
lontana dalla nostra mentalità efficientista, per la quale occorre sempre e
assolutamente fare qualcosa. E anche
noi volontari quando siamo in Africa dobbiamo un po’ reinventare e
riorganizzare l’ uso del tempo, secondo quest’ ottica, che le prime volte ci
appare inconcepibile. A Nkubu lavorai
regolarmente nei primi anni di volontariato in Kenya e poi saltuariamente negli
ultimi anni, ovvero fino al momento in cui si decise di cedere il nostro
ambulatorio a un dentista locale e a una suora infermiera, sotto la gestione
dell’ ospedale e sempre sotto la nostra supervisione, come racconterò più
avanti. Lavorando al Consolata Hospital, spostandomi da una missione all’
altra, parlando con la gente e i missionari, leggendo i giornali locali, ho poi
avuto modo di conoscere un po’ il paese e i suoi abitanti. Il Kenya, un paese
dove si muore ancora molto di fame, di tubercolosi, di malaria e da qualche
anno, a complicare il tutto, è arrivata anche l’ Aids (più del 15% della
popolazione è ufficialmente sieropositiva e sono stime in difetto). Un luogo in
cui studiare è solo un sogno per tanti e ammalarsi un lusso per pochi, perché
scuola e sanità sono a pagamento e quindi escluse ai più. Ho imparato sulla mia
pelle che viaggiare e parlare troppo liberamente, da queste parti può essere
rischioso. Però il Kenya è anche un
paese straordinario per la bellezza grandiosa dei suoi paesaggi ancora intatti,
nonostante gli scempi del turismo irresponsabile, e ancor più per la sua gente
ricchissima di tradizione, quasi sempre paziente, fantasiosa, incredibilmente
ospitale e sinceramente felice anche per il solo fatto di stringerti la mano.
E’ quel paese in cui, nonostante i tanti problemi (fame, siccità,
analfabetismo, corruzione politica, penuria di mezzi, Aids, lotte tribali... ),
sopravvive ancora un’ umanità che ha speranza, ottimismo, apertura alla vita. E
poi un’ infanzia sempre sorridente, sebbene viva in condizioni di indigenza
sbalorditive ai nostri occhi
Non
può essere meta per volontari ingenui o sognatori, poiché la sua povertà non si
può neanche immaginare e quando la si incontra per la prima volta si rimane
scioccati e risulta inevitabile mettersi in discussione. Un’ indigenza così
tangibile non è bella per loro da vivere, ma può risultare problematico anche
solo averci a che fare per qualche settimana all’ anno, venendo da altri
contesti socio-culturali come il nostro.
Occorre poi liberarsi dall’ idea, fin troppo ingenua ma ancora diffusa,
che i poveri dell’ Africa siano tutti bravi e buoni (non si è ancora spento il
mito del “buon selvaggio” di Rousseau): soprattutto nelle bidonvilles delle grandi
città, qualche volta sono arroganti, oltremodo pretenziosi oppure mentono e
rubacchiano, approfittando delle tue buone intenzioni. Però l’ Africa che
viviamo noi, quella autentica, lontana dalla mondanità degli alberghi di lusso
e dei villaggi turistici artefatti, è un luogo che ti affascina e ti cattura
nel profondo, si insinua sotto la pelle e non la dimentichi più.
Tanti
avvenimenti curiosi e significativi, moltissimi episodi piacevoli e tristi mi
hanno coinvolto durante i vari periodi di lavoro laggiù. Davvero troppi per
poterli raccontare in un solo libro; forse saranno il tema di un altro scritto,
ma con l’ aiuto dei miei amici ne anticiperò alcuni che mi hanno
particolarmente colpito, continuando con un ordine
approssimativamente cronologico.
Dr. Moiraghi Andrea
Tanti
avvenimenti curiosi e significativi, moltissimi episodi piacevoli e tristi mi
hanno coinvolto durante i vari periodi di lavoro laggiù. Davvero troppi per
poterli raccontare in un solo libro; forse saranno il tema di un altro scritto,
ma con l’ aiuto dei miei amici ne anticiperò alcuni che mi hanno
particolarmente colpito, continuando con un ordine
approssimativamente cronologico.

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