giovedì 16 gennaio 2014

Pole Pole 3

                                          


                               
                              

                               Cap. II  Nkubu, agosto 1993


Quasi trecento chilometri separano la città di Nairobi dal villaggio di Nkubu, nella contea di Meru, sede del Consolata Hospital, la mia destinazione di lavoro. Sull' aereo, carta geografica e guida del Kenya in mano, avevo studiato attentamente il percorso, visto che di dormire non se ne parlava, con tutto quel baccano che facevano gli enfanfs terribles francesi. Avremmo dovuto percorrere da sud a nord un tratto di quella lunghissima arteria stradale, enfaticamente definita PanAfrica High Way, cioè la superstrada che collega le due estremità dell' Africa. Una specie di Transamazzonica del continente nero, che con i suoi migliaia di chilometri, in paesaggi naturali ed etnografici diversissimi, collega Città del Capo con Il Cairo, attraversando grandi stati come la Zambia, la Tanzania, il Kenya, l'Etiopia. E' praticamente l' unica strada di collegamento fra il sud e il nord del continente, fra il Sudafrica e l’ Egitto. Avrei presto realizzato che di superstrada non si trattava, se non nel nome, dal momento che per cinquecento chilometri attraverso il Kenya non è neppure asfaltata, ma tutta buche e pietre Parlo del lungo tratto di strada che va da Isiolo, nel Kenya centrale, dove abbiamo una nostra sede operativa, fino a Moyale, al confine con l' Etiopia. Vero è che la Banca Mondiale periodicamente stanzia migliaia e migliaia di dollari per la sua asfaltatura, ma si sa, troppe mani e troppo poco pulite incontrano quei soldi prima di trasformarsi in liscio catrame. Tutto il mondo è paese.
Questa splendida regione del Kenya, dove il tempo sembra essersi fermato, è abitata da popolazioni nomadi, fortemente legate ad antiche tradizioni: Samburu, Borana, Rendille, Turkana… Di origine nilo-camitica, hanno tratti somatici aggraziati e, come i più noti Masai, amano abbellire il proprio corpo con ornamenti variopinti, con collane e bracciali, fatti di perline colorate e rame. Gli uomini portano quasi sempre la lancia, mentre le donne, alte e slanciate, sono semplicemente belle. In questa zona si può incontrare ogni rappresentante della fauna africana: leoni, bufali, zebre, babbuini, antilopi e le magnifiche e nobili giraffe. Qui, uomini animali e natura, dipingono un quadro di una bellezza inimitabile, tanto da farne un paradiso per naturalisti e antropologi, se hanno il coraggio di avventurarsi in queste terre remote. Addentrarsi da queste parti, senza scorta di polizia, è infatti rischioso; l’ ampia regione è infestata da banditi somali, i cosiddetti shifta, ancora più pericolosi dei leoni.
Nonostante questo pericolo, più volte ci siamo addentrati nel territorio per raggiungere l’ ambulatorio dentistico di Merti o le capanne Samburu, per eseguire estrazioni dentarie a pazienti seduti all’ ombra di un albero: intervento tanto richiesto quanto apprezzato. Non so se la Provvidenza o le preghiere delle suore ci abbiano aiutato, ma fin' ora gravi incidenti non ci sono mai capitati; a volte un po' di paura, soprattutto quando si guastano i fuoristrada. 
Lasciata la superstrada, nel nostro viaggio verso Nkubu, dovevamo proseguire sempre in direzione nord, verso il Monte Kenya:, e infatti quel tratto di strada si snoda alle pendici della seconda più alta montagna dell' Africa, per un centinaio di chilometri, in mezzo alla foresta. Secondo i miei calcoli, ci attendevano quattro o cinque ore di viaggio, ma in Africa ci si deve abituare in fretta a fare i conti con l’ imprevisto e questo ha avuto per me risvolti positivi, perché mi riporta all’ essenzialità del vivere e alla consapevolezza dei miei limiti.

Partimmo dal Flora Hostel nel primo pomeriggio dell’ ultimo giorno di luglio. Il caldo ora si faceva sentire, nonostante in Kenya la nostra stagione estiva corrisponda all’ inverno. Elias ci disse che doveva far sosta a un autofficina, per non ricordo quale problema al nostro mezzo e dopo alcuni minuti di viaggio, tra sorpresa e incredulità, mi apparve una distesa agghiacciante di tetti in lamiera zincata e assi di legno, che coprivano piccole baracche squadrate. Era la baraccopoli di Kibera, mi disse il nostro autista, di fronte al mio stupore. Avvicinandoci alla baraccopoli, feci cenno ad Elias di fermarsi un attimo e percorsi qualche decina di metri a piedi, davanti ai miei occhi vedevo un susseguirsi di baracche fumanti, in legno e terra, ammucchiate senza ordine e addossate le une alle altre; non ne scorgevo la fine. Uno spettacolo a me sconosciuto, se non per qualche fugace immagine scorta sui giornali e alla televisione o per sentito dire
Ritorneremo a parlare nel libro di codesti agglomerati di abitazioni, detti anche bidonville o slum, rispettivamente alla francese e all' inglese; sono una vergogna sociale e un concentrato di mali su cui non si può tacere. Le grandi città dell' Africa pullulano di simili squallori e così pure Nairobi, dove le abita la maggior parte della popolazione, più dei due terzi, come ho già detto.
Incuriosito da questa miserabile realtà, mentre Sister Roswitta sonnecchiava, chiesi confidenzialmente ad Elias se poteva attendermi ancora un attimo, cosicché avrei fatto una breve visita a Kibera. Non so se fosse solo curiosità, di cui non dovrei certo vantarmi, ma credo di essere stato mosso da un reale interesse a vedere da vicino quel mondo finora sconosciuto e tentare di capire come a molti fosse accaduto di vivere in un simile squallore. "No possible", mi rispose Elias, tra lo stupito e l'imbarazzato. "Tu devi essere matto; è pericolosissimo. Quel posto è un covo di briganti. Lo sai che persino la polizia ha paura ad entrare là dentro?". Far sosta vicino a uno slum con la nostra auto stracarica di mercanzia, come la slitta di Babbo Natale, voleva proprio dire andarsele a cercare. Lì per lì interpretati il suo rifiuto come un modo sbrigativo per rientrare prima alla missione di Nkubu e per un po' non ci pensai più. Mi tornarono in mente quelle parole, quando tre anni dopo il mio amico Dino Azzalin e altri cinque colleghi violontari, vennero rapiti all' interno della bidonville di Korochoco e sotto la minaccia delle armi spogliati praticamente di tutto. Ne parlarono anche giornali e telegiornali italiani. E certamente allora non avrei immaginato che, dopo molti ripensamenti e titubanze tra me e Dino, quattro anni fa avremmo accettato l'invito di due missionari della Consolata, Padre Tommaso Barbero e Padre Alex Moreschi, a lavorare a Kahawa, un sobborgo di Nairobi,  in uno studio dentistico allestito a fianco della baraccopoli di Soweto. Riparleremo anche di questo.. Tempo fa, alla missione di Nkubu, si passò un’ intera serata a parlare di baraccopoli ed era la prima volta che ne sentivo parlare in dettaglio. Ero a cena con un giovane missionario che lavorava proprio a Kibera, la baraccopoli più grande del Kenya. Fu interessante e toccante sentir raccontare la storia di questa bidonville, una delle più popolose al mondo, con il suo mezzo milione di abitanti o forse più. Sorta negli anni quaranta su un appezzamento donato dal governo inglese ai combattenti per l’ impero britannico, l’ area si era via via estesa e gli assegnatari erano divenuti intraprendenti affittuari, pronti a strozzinare i locatari con canoni insostenibili, a volte soffocando le loro proteste con le armi.

Intanto, lasciato il caos di Nairobi alle spalle, il nostro viaggio proseguiva verso nord in un traffico intenso, ma soprattutto terribilmente spericolato e senza regole. In Kenya i morti per incidenti d’ auto non si contano, mi raccontava Elias e infatti, proprio in quel tratto di strada, due anni dopo perderò un amico trentenne, Luca Maschio, missionario salesiano.
Nel frattempo, l’ abbondante e gustoso pranzo mi aveva conciliato il sonno e mi ero addormentato anch' io, per svegliarmi dopo una mezz’ oretta davanti alle colline della cittadina di Thika, splendide nelle loro sfumature verde scuro sul cielo sempre azzurrissimo. Ritroverò questo toponimo di sapore africano qualche tempo dopo, nel libro ”The Flame Trees of Thika” di Elspeth Huxley, venutomi fra le mani nella foresteria della missione di Tabaka e che cominciai a leggere, senza mai riuscire a terminare. Le ore vespertine in Africa, quando il cielo si illumina di stelle, hanno un fascino tutto loro che ben si addice alla lettura; e infatti si leggono più libri in Kenya d’ estate che in Italia nel resto dell’ anno, se non fosse altro per il fatto che si ha molto più tempo libero.per la lettura.                                                                                                                     
Ancora assonnato e stranito, un po’ per la stanchezza e un po’ per il caldo soffocante all’interno dell’ abitacolo, rimasi sorpreso da quelle distese di colline ben coltivate, pettinate a mo' di fattoria californiana. "Pineapples , Dil Monti , disse Elias, senza che io lo interpellassi.
Mi spiegò che erano le piantagioni di ananas della multinazionale italiana Del Monte e subito mi sentii un po' a casa, pensando alle nostre scatolette e lattine marchiate Dil Monti, tanto gradite a mia figlia. Chilometri e chilometri di collina coltivata ad ananas, interrotte di tanto in tanto da alte torrette, su cui guardie armate scoraggiavano eventuali furti. Era evidente che tutti quei prelibati frutti in aperta collina, erano un boccone troppo attraente per i bambini che gironzolavano nei paraggi e per gli adulti che li avrebbero poi venduti sottobanco, come in effetti fanno volentieri, allungando qualche mancia qua e là.

Il nostro viaggio proseguiva sotto il sole e fra i mille sobbalzi di una carrozzabile stretta e maltenuta. L’ ambiente circostante era completamente cambiato, come capita frequentemente in Kenya, dove nell’ arco di pochi chilometri la natura che ti attornia muta improvvisamente e inaspettatamente. Ora il paesaggio ricordava le nostre pianure vercellesi. Percorrevamo infatti la piana di Mwea, dominata da risaie, grazie a una vasta opera di bonifica che da alcuni anni ha trasformato una zona incolta e infestata dalla malaria, in un terreno fertile e idoneo alla coltivazione del riso. Stanchi, ci fermammo per un tè ristoratore nella cittadina di Embu, in una sorta di pub d'antan del periodo coloniale inglese. Locali simili, locali d'altri tempi, oggi non sempre curati, ma sempre perfettamente english style, erano il luogo di ritrovo delle famiglie coloniali inglesi che popolavano il Kenya prima dell' indipendenza del 1963. Oggi sono semideserti, anche se apprezzati dai pochi turisti, che si aggirano da queste parti. Per la prima volta assaggiai l'ottimo tè locale, ma la vaga pulizia delle stoviglie, a cui imparai presto a non farci caso, non mi consentì di apprezzarne a fondo le decantate qualità. Elias invece bevve soltanto dell’ ottima birra kenyana, senza risparmio. Tanto non pagava lui. Ci avvicinavamo a Nkubu, immergendoci in un nuovo paesaggio, la rigogliosa foresta del Meru, dove i torrenti del vicino monte Kenya vanno ad irrigare le coltivazioni di cotone, tè e caffè della zona. Il paesaggio che ora ci accompagnava, era nell’ insieme molto colorato e denunciava un modello di vita prevalentemente agricolo, assai diverso da quanto avevo visto nella mattinata a Nairobi; all’ apparenza meno povero e certamente più dignitoso. Poche le auto per strada, qualche bicicletta e qua e là carretti trainati a mano o da animali. Ogni tanto capre e mucche attraversavano la strada, mentre ai lati della malconcia carrozzabile, osservavo un andirivieni di tante persone, non certo ben vestite. Fra queste c’ erano molti bambini, in prevalenza scalzi, a fianco o sulle spalle delle loro mamme dai vestiti semplici ma molto variopinti. e tante di loro, trasportavano enormi fascine di legna e sterpaglia. A fianco della strada, altre donne e ragazze vendevano carbone, frutta e verdura di tutti i generi e di buona qualità, disposta su banchetti rudimentali o direttamente per terra. Memore di quanto avevo visto la mattina a in città, cominciavo a rendermi conto che in Kenya tutti vendono e comprano di tutto e ovunque.

Il sole stava completando il suo arco nel cielo, diventato azzurro-argento, quando un rumore ritmico disturbò il nostro viaggio e la nostra auto cominciò a saltellare più del normale.
 "Puncture", sentenziarono quasi in contemporanea Sister Roswitta ed Elias. Avevamo forato una gomma.  Da quelle parti bucare è la norma, tant'è che ogni fuoristrada porta due ruote di scorta sul tetto e il nostro non faceva eccezione. Elias, che mi avevano detto poteva smontare un motore in mezzo alla savana, non si sarebbe certo spaventato di cambiare una ruota! Ma dove era finito il cric? Perso, rubato, dimenticato da qualche parte? Io e la suora non nascondevamo la nostra preoccupazione davanti ad un Elias sorridente come sempre e assolutamente indifferente per  quanto accaduto.
Questo  aplomb africano, davanti a qualsiasi contrattempo o disgrazia anche grave, mi ha sempre lasciato di stucco, ma quanto li aiuta a superare le avversità e quanto aiuterebbe a vivere anche noi! L' antica saggezza africana può ancora insegnarci molto. Però io, che africano non sono, sinceramente ero preoccupato per l' imprevista e indesiderata sosta: trascorrere una notte all' aperto sotto il cielo stellato dell' equatore, poteva anche essere suggestivo, ma il pensiero di un brutto incontro con qualche animale o qualche malintenzionato, me lo rendeva molto meno seducente. Telefoniamo, fu il mio primo pensiero, ma in quei luoghi i telefoni non esistono e di cellulari poi manco a parlarne.   La gente incuriosita, soprattutto i bambini, gioiosi come al solito, si radunava intorno a noi, come le mosche che in gran copia ci ronzavano intorno. E mentre l' incidente sembrava senza risoluzione e la mia inquietudine cresceva, mi venne in mente che all'aeroporto avevo deposto tutto il mio bagaglio su un sacco nero riposto nel baule del fuoristrada. Quel sacco nero sotterrato sotto le mie valigie, non conteneva forse il fatidico cric? Infatti era così. Non bisognava perdere tempo, ma rimuovere tutta la mercanzia sopra i miei bagagli, poi i bagagli e infine ricuperare il prezioso attrezzo. Dispiaciuto e imbarazzato, mi misi al lavoro a fianco di un Elias sempre col sorriso sulle labbra, che credo di me pensasse: "Per essere un bianco e per di più daktari, lo facevo più furbo".
La suora si dette subito da fare e anche questa volta bisognava vederla con quanta rapidità e metodo scaricava sacchi di riso, scatoloni di farmaci, fusti di sapone. Altro che le nostre suore tutto chiesa e convento! Mentre con un occhio seguiva le operazioni di scarico, con l'altro controllava che nessuno dei molti presenti si impadronisse furtivamente della merce e ogni tanto regalava loro qualcosa, per toglierseli dai piedi, data la loro insistenza nel chiedere. Sotto sotto però, quelle bocche poco avvezze al cibo, credo le facessero pena. Lei poveretta era abbastanza preoccupata, perché sapeva che un ritardo prolungato avrebbe messo in apprensione le consorelle dell' ospedale; non c'era quindi tempo da perdere e andava ripetendo:  "Facciamo noi dottore, non si preoccupi, lasci stare…" Cosa dovevo fare, potevo mica stare a guardare, quando ero io la causa di tutto quel trambusto.  La sosta forzata ci portò via più di un' oretta e intanto il sole, che mi appariva grandissimo, si avvicinava alla catena scura di colline. Assistevo al primo dei miei tanti tramonti africani, ma non sto a descriverlo, perchè non renderebbe neppure l'idea ed anzi rischierei di dipingere un' immagine fin troppo stereotipa. Ho però ancora impresso negli occhi l' indimenticabile disco di fuoco su uno sfondo giallo di tutti i gialli e rosso di tutti i rossi. Intravedevo persino sfumature violastre e fucsia, che non avevo mai ravvisato fino ad allora in un tramonto.
 Sempre, dai miei vari soggiorni in Africa, riporterò a casa lo stupore per la tanta miseria, nascosta dietro una natura così fantastica, quasi irreale, difficile da descrivere. Una natura madre e matrigna nello stesso tempo. Non riesco a darmi ragione di tutto questo e potrei quasi capire il cosiddetto stereotipato e abusato mal d ' Africa, se non fosse per il ricordo, che immancabilmente si fa crudele realtà, di tanta umana sofferenza, soprattutto nei più piccoli. Mi sconcerta pensare come si possa continuare ad ammalarsi e morire di fame in Africa, quando un' altra parte di mondo si ammala del problema opposto, cioè per abbondanza di cibo.

Finalmente arrivammo a Nkubu, sotto il tipico stellatissimo cielo equatoriale, mai visto altrove e quindi a me nuovo. Il villaggio, nonostante l’ ora, brulicava ancora di gente che si distingueva con difficoltà, data l’ assenza di luci artificiali. L’ abitato non possedeva illuminazione stradale e un po’ di luce arrivava dagli unici locali pubblici dotati di corrente elettrica: i bar trattoria, il distributore di benzina, la banca, l'ufficio postale e qualche bottega di generi vari. In pratica la visibilità per la strada era affidata unicamente alle grandi stelle e all' immensa luna e lo stesso ospedale non era per nulla illuminato all’ esterno e poco anche all’ interno, come avrei presto verificato. Tutto quel buio intorno, insieme ad un alta cinta di pietre e di filo spinato, con le guardie al cancello, conferivano al Consolata Hospital un aspetto poco allegro e per un verso malinconico. Ma in fin dei conti ero lì per lavorare, riflettei e presto mi sarei abituato al posto.
 In ospedale mi vennero incontro la collega Roberta Lombardi di Milano, assistente dentale presso lo studio milanese del Professor Carlo Guastamacchia ed un suo amico, anche lui volontario, se ben ricordo di nome Stefano, ma l’ ho perso di vista. e così se ne è andato anche il suo nome. Ci eravamo conosciuti in Italia durante i preparativi del lavoro africano e, fortunati loro, avendo trovato un volo più rilassante del mio, mi avevano preceduto di alcuni giorni. Alla vista di Roberta e Stefano mi rinfrancai e con loro nacque subito una piacevole amicizia, sviluppatasi fra lavoro, serate trascorse a chiacchierare, trasferte da una missione all'altra, gite fuori porta..
 Nonostante l'accoglienza calorosa dei miei futuri collaboratori, di un paio di suore libere dagli impegni di reparto e del Dott Kakuja, un chirurgo ugandese in servizio presso ospedale, la stanchezza prese il sopravvento e senza cenare mi ritirai in camera a dormire, per svegliarmi solo dopo un intero giro di orologio. Non poteva essere diversamente, visto che non riposavo praticamente dalla mattina del giorno prima. Ebbi però difficoltà ad addormentarmi: il trambusto del lungo viaggio, il cambio di fuso orario, ma soprattutto quella povertà scioccante mai vista in diretta, non conciliarono subito il sonno.    "Karibuni, Dott. Andrea", benvenuto tra noi, fu l'inaspettato saluto delle consorelle al mio risveglio. Forse non avevo mai visto tante monache tutte insieme, ma la loro calda accoglienza e la loro pronta disponibilità, mi diedero sicurezza e serenità. Capii subito che in quel luogo avrei lavorato a mio agio. Credo, e lo dico senza ombra insincerità e senza retorica, di aver raramente conosciuto persone così squisite. Avevo incontrato molte suore, quando studiavo alle scuole cattoliche, ma mai avevo conosciuto religiose così sorprendentemente energiche, affabili, scherzose. Nei giorni e negli anni a venire, durante il lavoro o i trasferimenti da una missione all'altra, nei lunghi dialoghi con loro e con i miei amici, ebbi modo di conoscerle e apprezzarne la loro bontà d’ animo, pervasa da una fede profonda, vissuta nell’ anonimato della loro professione in uno sperduto ospedale del centr’ Africa. Con stupefacente umanità e spirito di sacrificio, in umiltà e serenità, riuscivano a dare un volto umano a uomini e donne sofferenti, di cui si parla solo nei freddi numeri delle statistiche di organizzazioni internazionali e di convegni medici. La loquacità non faceva certo difetto a nessuna di loro ed era un piacere sentirle raccontare le loro vicende dei tempi passati, quando in Kenya si arrivava solo per nave e andare in missione voleva veramente dire esplorare terre nuove. Argomento di conversazione era spesso Padre Domenico Artero, il mio zio missionario, che ormai anziano e malato, per una curiosa coincidenza proprio in quell’ ospedale aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita, lui che rifuggiva dalla medicina ufficiale e amava curarsi con i presidi tradizionali africani, a base di erbe e intrugli vari. Dal loro racconto ne usciva una figura di sacerdote un po’ originale, dalla tempra vigorosa e dalle idee lungimiranti, che lo portavano a imprese avventurose e persino eroiche per quei tempi
Ricordo ancora benissimo Siter Icylia, missionaria in Africa da quarant' anni; la paciosa Sister Leonella, che diventerà responsabile di tutte le suore missionarie della Consolata in Kenya; Sister Maria Antonia, di Cagliari, appena reduce dalla Somalia in guerra; Sister Giuseppina, loquacissima biellese, che parlava e intanto sferruzzava; Sister Giovanna Pia, piemontese anche lei, dirigeva la sala operatoria; una suora etiope bella e giovane, Sister Ghetenuse, lavorava come ostetrica, e tante altre. Caratteri diversi e ruoli differenti all'interno dell' ospedale, ma un comune denominatore: una sconfinata dedizione al malato e al povero.
 Dopo un' abbondante colazione, mi fecero visitare l'ospedale. Era un costruzione vecchia di trent' anni, a un solo piano, che si estendeva  su una superficie di trenta-quarantamila mila metri quadri tutti cintati, con ampi giardini floreali ben curati e una scuola per allieve infermiere. I reparti erano distribuiti in varie costruzioni, comunicanti tra loro da vialetti in cemento e qua e là erano distribuite alcune casette, dove alloggiavano il personale dell' ospedale e anche noi volontari. Non mancava ovviamente la chiesa. Uno schema di costruzione che avrei rivisto in altri ospedali missionari del Kenya e della Tanzania.
A parte il bel giardino, i cui prati erano tappezzati di malati stesi al sole a riposare, che si sbracciavano per salutarmi, il posto non era un gran che per essere un luogo di cura. Immediatamente mi colpì la vista una folta e rigogliosa siepe, su cui guanti di gomma monouso erano stesi al sole ad asciugare, per poter essere nuovamente riutilizzati. L’ ospedale non poteva permettersi di buttare i guanti destinati a un singolo uso, mi disse Sister Roswitta interpretando il mio stupore ed era costretto a lavarli e riutilizzarli più volte, per economizzare sui costi. Eravamo proprio in un altro mondo! Ma ancora non avevo visto l'interno dell’ ospedale.
Costruzione povera e dimessa, muri scrostati qua e là, pavimentazione in mattonelle consunte o cemento rossastro, quasi trecento letti in ferro arrugginito per circa cinquecento malati (spesso due per letto), vecchie barelle in legno, attrezzature e apparecchiature mediche di altri tempi e soprattutto un odore nauseabondo, quasi ripugnante a cui mi dovetti mio malgrado abituare perché è molta la gente laggiù che trasuda questo odore acre. Qua e là un richiamo alla religione cattolica, grazie alla quale era nato il tutto.
Le suore mi dissero che quello era uno dei migliori ospedali del Kenya e serviva una zona estesa per quasi cento chilometri. Nulla a che vedere con i nostri nosocomi, ma che fosse un bell' ospedale per gli standard africani, lo verificai di persona quando visitai quello statale di Meru. A Nkubu almeno i malati venivano curati dignitosamente; c'erano i farmaci , che spesso mancano negli ospedali governativi, e ora anche il nostro studio dentistico. E poi c'era la dedizione di quelle suore stupende, che probabilmente non si trova nelle lussuosissime ed efficientissime cliniche svizzere, perché non è merce che si può acquistare, pensavo tra me, mentre Sister Roswitta, lei sì svizzera, mi portava in giro per i reparti.  I malati erano tanti e tutti facevano a gara per stringermi la mano, mentre bambini festosi mi si attaccavano da tutte le parti, con l'immancabile litania: “how are you”, oppure "give me a sweet". Chiedevano poi solo una caramella, quelle che i nostri figli non guardano neanche più. Mi facevano sorridere le loro domande: “Perché la tua pelle è bianca? Tu sei andato a scuola? Tu hai una bicicletta, una casa…?”. C’era da ridere ma anche da riflettere e ancora oggi ricordo bene e percepisco l’imbarazzo di quei momenti. In tutti gli ospedali italiani e inglesi dove ho lavorato, non avevo mai visto una simile e così calorosa accoglienza da parte dei degenti.Ma più di tutto mi impressionò il reparto di ostetricia e ginecologia, dove nascevano quattro-cinque mila bambini all' anno: altro che la nostra penuria di neonati! E dovevo considerare che soltanto una minoranza delle nascite in Kenya avvengono in ospedale, perché la maggior parte delle donne non si sogna neppure di partorire in una struttura ospedaliera: non è abitudine e poi gli ospedali sono pochi, quasi sempre lontani e soprattutto costosi. Mi interessava più di tutti questo reparto, per la mia specialità in pediatria e così mi intrattenni un po'. In un angolo vidi un incubatrice, dono della ditta Asmot di Torino, dove anch'io acquisto apparecchiature mediche. Tre neonati pelle e ossa giacevano insieme nell' unica incubatrice disponibile, mentre una seconda era guasta e nessuno era in grado di ripararla o di acquistarne una nuova. In una stanzetta accanto, stavano lavando un bimbo appena nato, sarà pesato nemmeno un paio di chili. Coperto di sangue dalla testa ai piedi, era appena arrivato dalla campagna in braccio alla sua mamma. Stava morendo dissanguato per emorragia ombelicale, che la povera donna nella sua capanna aveva tentato di arrestare, tamponando la ferita aperta con sterco di mucca rinsecchito, l' unica "garza" che la famiglia avesse a disposizione. Ero ammutolito! Anche il cuore più indurito avrebbe stentato a trattenere le lacrime. Inutile dire che il piccolo morì da lì a pochi giorni per setticemia acuta, provocata da quell’ inutile garza piena di batteri.  Mi avvicinai a Sister Ghetenuse, la suora infermiera-ostetrica, intenta a un taglio cesareo, che da quelle parti eseguono le infermiere. Volevo sapere da lei qualcosa di più su quelle realtà finora sconosciute. "Tutto bene" disse lei, con il suo indimenticabile sorriso e il suo italiano stentato. "Questa notte ci sono stati tredici parti e siamo stati very lucky : tutti i neonati sono vivi, almeno finora”.    "Come sarebbe molto fortunati?", le chiesi stupito; forse non avevo ben tradotto il suo  very lucky?
“Sì”, mi spiegò serenamente “è raro che su tredici parti tutti i bambini sopravvivano”. E d'altra parte non mi dovevo stupire; se avessi letto i dati dell' OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), avrei visto che il 14,6 per cento dei neonati in Kenya, cioè uno su sette, muore già al momento del parto. Per non contare il numero di donne che muoiono durante il parto, evenienza ormai rarissima da noi. E questo era ed è il Kenya, che i libri e le guide turistiche descrivono come uno dei più avanzati stati africani; non oso pensare a cosa succede in Congo o in Sierra Leone e a tanti altri stati devastati da anni di guerriglie. Sarei tornato altre volte in questo reparto, un po' per interesse professionale e un po' per rivedere la graziosa Sister Ghetenuse. Quelle partorienti serene e mai lamentose, fra quelle miserrime mura, quelle neomamme che allattavano in allegria, quei modi dolci e garbati delle ostetriche, così lontani dal freddo efficientismo di certi nostri reparti ospedalieri, mi offrivano un messaggio indelebile di umanità, che l'antica sapienza africana continua a trasmettermi.
  "Dottore, Miss Roberta e Stefano la stanno aspettando nell' ambulatorio dentistico", mi avvertì una suora. Mi stavo dimenticando che ero lì per lavorare e non c'era tempo per commuoversi. Lo studio dentistico mi piacque subito. Ordinato, pulito, ben attrezzato, era stato donato dal Lion's Club Torino-Superga, come testimoniava una targhetta metallica e montato l' anno precedente dal collega Dino Azzalin e da John, l'elettricista tuttofare dell' ospedale. Feci subito conoscenza con Maria Goretti, un' infermiera locale, graziosa e molto sveglia, che avrebbe assistito il nostro operato e tradotto per noi i numerosi dialetti locali. Sbirciai anche la sala d'aspetto o meglio il corridoio d'aspetto, dove in paziente attesa sedevano su una panca tre o quattro adulti e un paio di bambini. Mi stupì vedere quelle persone così composte e pazienti. Nessuno si lamentò delle mie due ore di ritardo, neppure i due bambini e raramente avrei visto Africani lamentarsi laggiù per i tempi di attesa, mentre non posso dire altrettanto dei pazienti africani che curo qui a Torino. Ma non era il caso di perdersi in infruttuose riflessioni; bisognava mettersi al lavoro, seppur avessi già imparato che per loro il tempo, anche speso a far nulla, ha una connotazione lontana dalla nostra mentalità efficientista, per la quale occorre sempre e assolutamente fare qualcosa. E anche noi volontari quando siamo in Africa dobbiamo un po’ reinventare e riorganizzare l’ uso del tempo, secondo quest’ ottica, che le prime volte ci appare inconcepibile.  A Nkubu lavorai regolarmente nei primi anni di volontariato in Kenya e poi saltuariamente negli ultimi anni, ovvero fino al momento in cui si decise di cedere il nostro ambulatorio a un dentista locale e a una suora infermiera, sotto la gestione dell’ ospedale e sempre sotto la nostra supervisione, come racconterò più avanti. Lavorando al Consolata Hospital, spostandomi da una missione all’ altra, parlando con la gente e i missionari, leggendo i giornali locali, ho poi avuto modo di conoscere un po’ il paese e i suoi abitanti. Il Kenya, un paese dove si muore ancora molto di fame, di tubercolosi, di malaria e da qualche anno, a complicare il tutto, è arrivata anche l’ Aids (più del 15% della popolazione è ufficialmente sieropositiva e sono stime in difetto). Un luogo in cui studiare è solo un sogno per tanti e ammalarsi un lusso per pochi, perché scuola e sanità sono a pagamento e quindi escluse ai più. Ho imparato sulla mia pelle che viaggiare e parlare troppo liberamente, da queste parti può essere rischioso.  Però il Kenya è anche un paese straordinario per la bellezza grandiosa dei suoi paesaggi ancora intatti, nonostante gli scempi del turismo irresponsabile, e ancor più per la sua gente ricchissima di tradizione, quasi sempre paziente, fantasiosa, incredibilmente ospitale e sinceramente felice anche per il solo fatto di stringerti la mano. E’ quel paese in cui, nonostante i tanti problemi (fame, siccità, analfabetismo, corruzione politica, penuria di mezzi, Aids, lotte tribali... ), sopravvive ancora un’ umanità che ha speranza, ottimismo, apertura alla vita. E poi un’ infanzia sempre sorridente, sebbene viva in condizioni di indigenza sbalorditive ai nostri occhi
Non può essere meta per volontari ingenui o sognatori, poiché la sua povertà non si può neanche immaginare e quando la si incontra per la prima volta si rimane scioccati e risulta inevitabile mettersi in discussione. Un’ indigenza così tangibile non è bella per loro da vivere, ma può risultare problematico anche solo averci a che fare per qualche settimana all’ anno, venendo da altri contesti socio-culturali come il nostro.  Occorre poi liberarsi dall’ idea, fin troppo ingenua ma ancora diffusa, che i poveri dell’ Africa siano tutti bravi e buoni (non si è ancora spento il mito del “buon selvaggio” di Rousseau): soprattutto nelle bidonvilles delle grandi città, qualche volta sono arroganti, oltremodo pretenziosi oppure mentono e rubacchiano, approfittando delle tue buone intenzioni. Però l’ Africa che viviamo noi, quella autentica, lontana dalla mondanità degli alberghi di lusso e dei villaggi turistici artefatti, è un luogo che ti affascina e ti cattura nel profondo, si insinua sotto la pelle e non la dimentichi più.

Tanti avvenimenti curiosi e significativi, moltissimi episodi piacevoli e tristi mi hanno coinvolto durante i vari periodi di lavoro laggiù. Davvero troppi per poterli raccontare in un solo libro; forse saranno il tema di un altro scritto, ma con l’ aiuto dei miei amici ne anticiperò alcuni che mi hanno particolarmente colpito, continuando con un ordine approssimativamente cronologico.

Dr. Moiraghi Andrea

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